Archivio per violenza

L’amante soffocato nel baule

Posted in Macabri rinvenimenti with tags , , , , , , on febbraio 11, 2010 by crimini roma

Il racconto è tratto dal Silvagni, a sua volta debitore dal diario di Giacinto Gigli. Siamo nella prima metà del Seicento. C’è una violenza feroce – contro le donne, contro la vita – in questo aneddoto apparentemente leggero.

Un giovane ferrarese innamorato di una monaca di casa Alaleona nel monastero di Santa Croce a Montecitorio, essendone corrisposto, pensò di farsi introdurre dal servo nel monastero chiuso entro una cassa. Ma il servo non sapendo che entro la cassa vi fosse il padrone, la portò a suo comodo. La monaca che aveva la chiave, apertala, trovò lo amante che spirava allora. Dopo essersene disperata, dové riferire il fatto all’abbadessa, la quale ne avvisò il vicario del Papa, “finalmente la monaca fu nel detto monastero murata, la quale era molto bella et giovane di diciotto anni”.

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Aggressioni razziste

Posted in Roma Contemporanea with tags , , , , on aprile 18, 2009 by crimini roma

Brutte notizie da Roma, altre aggressioni a sfondo razzista. Un ragazzo senegalese ha perduto un occhio in una rissa, colpito al grido “negro di m.!”. E’ successo il giorno di pasquetta. E non erano passati che pochi giorni dall’assalto a una coppia pakistana a Tor Bella Monaca, con una ragazza incinta che ha perso il bambino e il compagno finito all’ospedale, in coma. Poco più di un mese fa un ragazzo è stato bruciato vivo a Nettuno da alcuni razzistelli italiani, e un uomo di origine africana è stato preso a pugni da un ambulante di Via Sannio. Normale che Sindaco e altri esponenti dell’amministrazione cerchino di derubricare queste aggressioni ad atti di “bullismo e violenza urbana”. Cercano di mettere un po’ di distanza tra loro e i saluti romani che hanno svettato in Campidoglio il giorno della vittoria elettorale. E hanno ragione a cercare di allontanarli. Sarebbe peggio se li rivendicassero, il giorno che accadrà vorrà dire che è finita. E poi – in parte – hanno ragione. Nel nord con la Lega, qui con altri pezzi del centrodestra, in Italia si è creato un ambiente favorevole a certe pulsioni razzistoidi, che ora possono circolare in libertà persino ammantate da una dose di ragionevole rispetto. Si possono dire frasi razziste, adesso, e dirle con serenità, aspettandosi intorno approvazione e consenso. Si può parlare con disprezzo degli zingari, dei romeni o di chi si vuole. Frasi che circolano come veleno sottile negli autobus, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, che si sentono alle radio private, quando fino a pochi anni fa erano ancora limitate alle sale da pranzo delle famiglie, ai momenti di cazzeggio davanti alla televisione, ai bar frequentati da anziani cisposi e gente senza meta. Ora invece il veleno razzista circola allegro nelle vene e per le strade della città, spavaldo. Tuttavia gli atti di aggressione razzista che si succedono oggi a Roma sono l’esito di una corsa che dura da anni, e precedono di molto l’ascesa al potere della destra. Il razzismo sociale che attraversa come una lama la città esiste da tempo ed è molto più sottile di quello ideologico. Ed è stato lasciato crescere a briglia sciolta nella società italiana da molti, non solo dalla destra.
E’ nelle badanti, sfruttate capillarmente in ogni famiglia, persone trattate – se va bene – in modo paternalistico che sono cacciate per strada il giorno dopo la morte della vecchietta; è nei muratori in fila sulla Palmiro Togliatti ogni giorno all’alba per piatire un lavoro nero sottopagato; è nelle case affittate in nero intruppate di bengalesi o di magrebini che pisciano negli ascensori per sfregio e covano odio nei nostri confronti. E’ nei bambini cinesi maggioritari nelle classi elementari dell’Esquilino evitati come fossero appestati dalle famiglie italiane; è nei venditori ambulanti di colore sfruttati e maltrattati dai loro padroni mentre vendono mercanzie al concerto del primo maggio, la festa dei lavoratori. E’ nelle prostitute della Nomentana, lasciate tranquillamente per anni a battere per strada, come nulla fosse; è nelle baraccopoli di lamiere lasciate sorgere a Castelfusano e lungo il fiume popolate dai nostri brutti, sporchi, cattivi e – in più – stranieri. Per più di un decennio, a partire dalla metà degli anni ’90, tutto questo è stato lasciato crescere. E’ stato sistematicamente negato qualsiasi problema di integrazione, voltata dall’altra parte la testa, mentre Roma diventava sempre più costosa, con un mercato del lavoro segnato da lavori sottopagati e precari, abitata da gente immiserita e astiosa, abbrutita dal traffico, senza una speranza che non fosse quella di indebitarsi per 30-40 anni e andare a vivere in una delle case superperiferiche di Caltagirone, pagandola quanto una casa al centro di Parigi. Una città incazzata, in cui la dottrina del “si salvi chi può” è diventata l’unica ideologia da coltivare. Adesso questa città piccolo borghese abitata da una sinistra ipocrita, una destra ignorante e una popolazione incazzata ha partorito il suo figlio mostruoso, un figlio razzista.

Pasquetta, la giornata delle scampagnate, delle fave e del pecorino. Via Sannio, la strada del mercatino dell’usato, della notte delle streghe, delle festa di san Giovanni, delle lumache al sugo. No. Non è rimasto quasi nulla. La città sta cambiando rapidamente, forse è già cambiata. Ma non si capisce cosa si avvicina. Se ciò che si profila lontano è uno spaventoso temporale o qualcosa che assomiglia a un giorno nuovo.

La Caffarella. Una storia lunga e difficile

Posted in Roma Contemporanea with tags , , , , on marzo 31, 2009 by crimini roma

Un terribile avvenimento avvenuto di recente, la violenza sessuale su una ragazza di 14 anni, ha riportato alla ribalta un parco romano, la Caffarella. L’area fu aperta al pubblico dopo una dura battaglia di cui fu protagonista il comitato di quartiere tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80. Fino a quell’epoca, questa grande area verde era rimasta divisa in appezzamenti appartenenti a privati che in parte la usavano per colture e in parte l’avevano lasciata in uno stato di totale abbandono. Il nome della vallata deriva dai suoi ultimi grandi proprietari, i principi Caffarelli, che la usavano come fondo agricolo incentrato sin dal Cinquecento su due casali, il più grande dei quali è noto come la Vaccareccia. L’apertura del parco pubblico ha senz’altro salvato l’area verde, ricca di animali selvatici come falchi, ricci e volpi, e permesso la tutela di una vallata bella e caratteristica dal punto di vista paesaggistico, posta tra Appia Antica, Acqua Santa, Via Latina e le Mura aureliane. Una splendida area verde rimasta miracolosamente intatta nel mezzo della città, scampata a speculazioni edilizie, tentativi di apertura di nuove strade, risparmiata anche dopo la distruzione della baraccopoli che era stata tirata su negli anni ’60 e ‘70 (il “borghetto latino”). C’è un problema però. La Valle della Caffarella è uno dei posti più pericolosi che esista in città. E non da oggi. E non solo perché ci sono i violentatori. E’ un luogo dove nessuno, specialmente dopo il tramonto, dovrebbe addentrarsi. E’ pieno di grotte, di cave di pozzolana, nei decenni passati si persero e vi morirono alcuni bambini. Anche il fiume che la attraversa, una marrana – come si chiamano a Roma – è notoriamente pericoloso. Ci affogò un adolescente negli anni ’80. E’ fondo e limaccioso. Sempre negli anni ’80, con base alla Vaccareccia, c’era un gruppi di banditi, italianissimi, specializzati nelle rapine alle coppiette. Gli abitanti del quartiere sanno bene che si tratta di un posto pericoloso. Si pensava fosse così perché mancava la sistemazione a parco. Ma purtroppo non è così. E’ un posto che è duemila anni che è pericoloso.
La Valle della Caffarella è il “Pago Triopio”. Questo è il nome con cui era conosciuta l’enorme villa di una dei più importanti intellettuali del II secolo dopo Cristo, Erode Attico. Era – come tutte le ville all’epoca – di otium ac negotium, cioè produttiva ma anche, per lunghe parti dell’anno, residenziale. Erode era un uomo ricco e raffinato, amico di imperatori, aveva viaggiato per tutto il mediterraneo. La sua villa era splendida. Talmente ricca di marmi pregiati che nel medioevo la Caffarella era chiamata “Vallis Marmorea”. Erode aveva una moglie che amava moltissimo, Annia Regilla, di cui però era follemente geloso. In un raptus di pazzia, un giorno la colpì con violenza e la sventurata cadde e morì. Erode Attico, per il dolore, perse la ragione. Si chiuse nel Pago Triopio e costruì per la moglie un sontuoso mausoleo, in modo da poterla piangere senza requie. Ma non gli bastò. Decise di consacrare, con apposite cerimonie, l’intera vallata agli dei dell’oltretomba, gli Dei Mani, e ritirarvisi come in un sepolcro. La villa divenne un enorme mausoleo consacrato agli Inferi, e sulla vallata scese per sempre una cupa ombra funerea. Da allora rimase disabitata. Il sepolcro di Annia Regilla è ancora oggi visibile, è la chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella. Ma non basta. Due parole merita anche la marrana che attraversa la valle. Non è un fosso qualsiasi, ma il terzo fiume della città, dopo Tevere e Aniene. E’ l’Almone, fiume antichissimo usato per i cerimoniali dai sacerdoti della dea Cibele, che vi facevano annualmente i lavacri sacri dell’immagine della dea, la Magna Mater. Per la cupezza e la violenza dei suoi riti – i suoi sacerdoti si castravano nel corso di una orgia – questo culto misterico fu una delle pochissime religioni, prima di quella cristiana, perseguitata e vietata da Roma, notoriamente lassista. Solo in un secondo tempo venne accettata. Nel medioevo non furono pochi gli episodi che videro protagonista questo fiume: tra questo uno avvenne nel XVI secolo. Una bufala impazzita che aveva provocato morti e feriti in città fu inseguita fino al fiume dove si gettò per poi riemergerne parlante. Infine, non si può dimenticare che i terreni della Caffarella più spostati verso la Via Latina erano chiamati nel XVI secolo “delli Spiriti” – per i brutti incontri che vi si facevano di notte – e che solo dopo processioni e liturgie furono ribattezzati (come la toponomastica moderna ricorda) “dei cessati spiriti”. Insomma la Caffarella è bella e va tutelata, e si può decidere se credere o no a queste favole. Però bisognerebbe scongiurare tutti di non addentrarvisi dopo il tramonto. Sul serio.