Archivio per San Pietro

la cassa del papa

Posted in Macabri rinvenimenti with tags , , , , , , on aprile 1, 2010 by crimini roma

In quota “debiti e ingratitudine nel lazio” è divertente – si fa per dire, visto il tema – raccontare la storia della bara di un formidabile papa seicentesco, Innocenzo X.
Il papa Pamphilj (cui si deve – se non altro – Piazza Navona) morì ultraottantenne un pò rimbambito (e ciò era, vista l’età, suo buon diritto) e circondato da una turba di parenti famelici e ingrati. Appena egli esalò l’ultimo respiro se ne disinteressarono completamente; non vollero tirare fuori nemmeno i soldi per seppellirlo, pur avendo dissanguato per anni le casse dello stato. Il cadavere del pontefice finì in uno sgabuzzino di San Pietro, tra corde e topi.

Il Papa non è ancora sotterrato, perché non si trova chi voglia fare la spesa. Don Camillo dice di non havere havuto niente da Sua Beatitudine e toccare di farlo alla signora Donna Olimpia; et essa dice che ella non è l’herede. E così Sua Beatitudine se ne sta là in un canto, in una cassaccia.
(relazione dell’ambasciatore fiorentino Riccardi)

Domenica sera, essendo concorsi alla Basilica Vaticana più cardinali, creature del morto pontefice, e gli principi Pamphilj, Ludovisio e Giustiniani, per intervenire al’ultimo atto di pietà che dovea esercitarsi verso il morto Pontefice, che era la sepoltura, se ne tornarono fraudati della loro intenzione; poiché non si diede sepoltura al maestoso cadavere per non essere stata preparata la cassa per deporvelo dentro, non trovandosi chi ne avesse voluta fare la spesa, ancorché monsignor sacrista, alla presenza di tutti quei principi, attestasse d’haverne più volte fatto istanza ed avvertita la signora Donna Olimpia… Quindi non meraviglia che il giorno seguente moltiplicassero le imprecationi del volgo contro l’avarizia di questa casa, che aborriva la spesa di un centinaio di scudi per custodire le ossa di quel pontefice che havea sviscerato l’erario della Chiesa per arricchire ciascheduno di loro, trovandosi nei libri camerali un debito di otto milioni, oltre a seicentomila scudi, contratto dalla Camera Apostolica nel corso del suo pontificato. (…) Credevano alcuni amorevoli di questa casa di cancellare la macchia causata da sordidezza tanto patente col specioso pretesto che simile spesa si dovesse fare dalla Camera Apostolica e dal medesimo Capitolo della Basilica del Principe degli Apostoli… Nacque da questo incidente un disordine maggiore, poiché, non convennendo oltre al consueto de’ soliti tre giorni rimanesse quel sacro cadavere esposto agli occhi di tutti, negando di dargli luogo in una delle loro sacrestie quei canonici, bisognò conservarlo nella stanza detta della Guardarobba della Fabbrica, nella quale si conservano funi, ferri et legnami et altri materiali per fabbricare… E’ voce comune che in loco così abietto fosse veduto il cadavere pontificio dal fratello del Re di Svezia e da un figlio del Re di Danimarca (principi che poco prima erano giunti incogniti a Roma) con sentimento grandissimo di buoni cattolici, che si persuadono schernita, fra tale sordidezza, la dignità dell’apostolato di San Pietro.(Manoscritto conservato nell’archivio capitolino Cred. XIV, tomo IX, pag. 264 e seg., senza titolo)

Il suo corpo, dopo essere stato esposto il solito spazio in San Pietro, rimase un altro giorno in una vilissima stanza soggetta alle ingiurie dell’umidità e degli immondi animali per non trovarsi chi ‘l provvedesse di cassa. Grande insegnamento a’ Pontefici qual corrispondenza d’affetto possono aspettare da parenti per cui talora pongono a rischio la coscienza e l’onore.

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La maledizione di San Pietro

Posted in Macabri rinvenimenti with tags , , , , , , on ottobre 2, 2009 by crimini roma

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Non solo le piramidi egizie.
Nel 1629 papa Urbano VIII, nel pieno fiorire dell’arte barocca, desiderò realizzare un nuovo tabernacolo nella basilica di San Pietro. L’altare – disegnato dal Bernini – doveva cadere perpendicolare sulla tomba dell’apostolo. Nel preparare le fondazioni, l’architetto Alamanni incontrò delle sepolture. Con poca accortezza le ritenne pagane e non badò loro più di tanto. Non conosceva, evidentemente, una lettera scritta 1000 anni prima da papa Gregorio Magno. Vi era descritto il potentissimo sortilegio da cui era protetto il corpo dell’apostolo Pietro, cui nessuno poteva pensare di avvicinarsi senza la necessaria deferenza
Presto, tra gli uomini che avevano partecipato alla scavo, iniziarono le prime morti…

Dalla “Relazione di quanto é occorso nel cavare i fondamenti per le quattro colonne di bronzo eretta da Urbano VIII all’altare della basilica di s. Pietro…”

Come fu cominciato a cavar, e del timore che cagionò il caso della morte dell’Alamanni.

Venuto l’ordine preciso, che si cominciasse a cavare, il cav. Bernini senza toccare il pavimento di sopra nella parte sotterranea, visto e misurato dove venissero a cadere i siti dei pilastri, fece dar principio il giorno 29 giugno del 1626 a romper sotto quei muri che erano d’impedimento. Lontano dall’ umbilico della confessione palmi tredici, arrivati al pavimento si scoprì tutta quella parte piena di sepolcri e di tumuli. Fermatisi i manuali e dato avviso, intervennero nel principio per considerare e provvedere a quanto occorreva Monsignor Cavalier Vescovo di Sulmona Vicario della Basilica, Monsignor Angelo Georio coppiere del Pontefice canonico e altarista, Monsignor Mario Bovio canonico et sacristano maggiore della chiesa. A primi corpi che fossero aperti e levati vi fu chiamato e si trovò presente l’Alamanni, il quale e sopra il sito e sopra la qualità de’ sepolcri e le forme e figure de’ corpi fece vari discorsi, e giudizii, donde uscì fuori nuova voce poco considerata che quei primi potessero esser corpi di non santi; e ancora di persone non ecclesiastiche. Accadde questo ai X di luglio. Il giorno seguente cascò l’Alamanni in infermità grave, e subito giudicato mortale aggravandosi sempre il male nel quarto decimo venne a morte.
Non mancavano cognizioni naturali alle quali si potesse riferire questo accidente, senza che si attribuisse a miracolo; aveva in quell’estate l’Alamanni variato il modo e regola di vivere, si era affaticato in alcuni cimiterii in tempo et ore incomode, con occasione che si dovevano mandare alcuni corpi dei santi in Spagna. Fu però creduto comunemente che questi fossero i casi avvertiti da s. Gregorio, et una pubblica increpatione di aver poco avvedutamente con titolo di sospetti vani negletto e ributtato quanto in riguardo di quel santo luogo con zelo di sana pietà o religione era stato motivato. Crebbe questa credenza in vedere un D. Francesco Schiaderio cappellano segreto del medesimo pontefice immediatamente cadere in terra di breve infermità intimo suo amico e forse parente e partecipe d’ogni suo pensiero, e quasi nell’istesso tempo morire ancora Bartolomeo suo amanuense di straordinaria sorte di malattia, et un de’ servitori, ch’era rimasto, si vide non molto tempo dopo reo di morte per un omicidio in questo tempo commesso. Questi accidenti cagionarono grande alteration negli animi di molti, parendo che questi esempi nuovi confermassero gli antichi. Ma quello che più d’ogni altra cosa sollevò i pensieri fu che il Pontefice istesso in questi giorni occorse che stesse alquanto indisposto, et come varie sono in Roma le passioni, così vari erano i discorsi e diversi i pareri. Chi si turbava per rispetto divino, chi per riguardo umano, et all’opera non si dava più quell’applauso di prima. I preti medesimi della Basilica che nel principio stimavano grazia e privilegio il potere assistere a servire a quell’azione cominciarono a ritirarsi, e si interpretava irreverentia e quasi sacrilegio ciò che prima era stimato devoto e reverente ossequio. Non si parlava quasi l’altro che dell’epistola di s. Gregorio, la quale fu parimente in quei giorni nelle mani e nelle lingue de’ dotti, e degl’indotti; ma come 1′ intenzione del Pontefice era rettissima et in se l’azione stessa non aveva altro fine che l’onore e gloria di Dio, mosso da interno spirito con pari costanza e prudenza non giudicò per questi umori doversi ritirare dall’impresa, che prima non si vedesse da persone dotte e pie, se i casi riferiti nell’epistola di s. Gregorio erano i medesimi e nelle rnedesime circostanze, acciocché interpreti fuori dei loro termini quello é stato registrato da quel glorioso Pontefice per maggior culto e grandezza dei SS. Apostoli non fosse preso per occasione di lasciare i loro sepolcri inornati e gli altari scoperti.

Attentati anti cattolici nella Roma del Cinquecento

Posted in Supplizi with tags , , , , on marzo 31, 2009 by crimini roma

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Nei sanguinosi anni che scaturirono dalla riforma protestante e dalla successiva reazione cattolica accadde anche che alcuni attivisti protestanti giungessero in città con il proposito di compiere azioni eclatanti contro l’odiata religione del Papa. L’occasione più vantaggiosa fu senz’altro il Giubileo dell’anno 1600. Poteva esser molto facile infiltrarsi tra le migliaia di pellegrini e portare offese e azioni sacrileghe nelle chiese romane. La Polizia pontificia si aspettava tal genere di attentati e si preparò ad accogliere questi provocatori con la consueta durezza. Come riportano gli “Avvisi” di quell’anno: “in Roma si dice per il volgo che il papa ha avuto avviso che sieno partiti molti heretici da li diversi luoghi per esser in Roma all’Anno Santo a far di burle simili, et farsi ammazzare, ma se sarà vero, quà gliene caveranno la voglia”.
Non si trattava di fantasie, visto che qualche anno prima, un inglese, che le cronache segnalano con il nome di Riccardo Arctinson, si rese protagonista di un episodio simile, riportato dal “Dispaccio di Leonardo Donà”, ripreso a sua volta dall’Ademollo.

29 luglio 1581.
“Non voglio restar di dar notizia alla Serenità Nostra che Dominica in San Pietro uno Inglese eretico, mentre che un sacerdote, havendo consacrata la Santissima Ostia stava per elevarla, lo assalì per strappargliela dalle mani; et non havendolo potuto fare prese il calice, che anchora non era consecrato et lo sperse con vilipendio per terra. Costui fu subito con pugni et calci dal populo assistente ben battuto et finalmente condotto anchora alla carcere dell’Inquisitione, ove ha confessato d’esser venuto con una compagnia di alcuni altri in Italia per far alcun atto simile, desideroso per la sua pessima setta di morire. Questa setta pare che sia di persone che non tengono nessuna religione, et che riprendono tutti con grande bestialità; è stato condannato alla morte, che se li darà uno di questi giorni”
5 agosto 1581.
“Quell’eretico inglese, che fece quella scelerità che scrissi, nella Chiesa di san Pietro, è stato abbrugiato vivo con haverseli dati molti colpi di loco nel corpo con torce accese, mentre che lo conducevano al patibulo, nel quale è stato con tanta fermezza che ha dato da ragionare assai”
Dal libro delle giustizie della Venerabile Arciconfraternita di San Giovanni decollato detta della Misericordia della nazione fiorentina in Roma “Riccardo Arctinson, Piazza di San Pietro 2 agosto 1581. Stimulato con torce accese, gli fu mozza la mano destra e poi abruciato vivo, et la cennere fu lasciata al vento”