Archivio per carcere

La tortura del fuoco

Posted in Supplizi with tags , , , , on maggio 23, 2012 by crimini roma

I principali strumenti di tortura del tribunale del sant’Uffizio romano erano tre: la tortura della corda, quella dell’acqua e quella del fuoco. Quest’ultima, forse, è la meno nota. Ecco come la riporta il De Sanctis in un documentato libello anticattolico della metà del secolo XIX:

La tortura del fuoco si dava a questo modo. Il reo dopo aver sofferta costantemente la tortura della corda, era condotto avanti un camino pieno di carboni accesi: era legato fortemente ad un cavalletto, in modo che non potesse fare il più piccolo movimento: “qui sic suppositus, nudatis pedibus, illisque lardo porcino inunctis et in cippis juxta ignem validum retentis”. Comprendete? Co’ piedi nudi, unti con lardo, e ritenuti con ceppi per mezz’ora sopra un grandissimo fuoco!

Carcerati usati come netturbini al tempo del papa re

Posted in Supplizi with tags , , , , , , on aprile 22, 2010 by crimini roma


Al tempo del Papa Re i netturbini romani (o scopini o spazzini che dir si voglia) erano quasi sempre dei carcerati condannati ai lavori forzati. Lavoravano tutto il tempo – fino a dieci ore al giorno – sorvegliati da militari. L’unica speranza che rimaneva loro era riuscire a fuggire, il che per fortuna non accadeva così raramente. Non c’era bisogno di arrivare tanto lontano, bastava trovare un “luogo immune”, dove la polizia non poteva entrare. A Roma – scriveva scandalizzato il viaggiatore francese De Brosses – “è tutto un asilo: le chiese, la cerchia del quartiere di un ambasciatore, le case di un cardinale, tanto che quei poveri diavoli degli sbirri sono costretti a portare con sé una carta dettagliata delle vie di Roma e dei luoghi dove possono transitare, quando danno la caccia al malfattore”

A questo si riferisce un bando del 1803, riportato da Fancesco S. Palermo nel suo “Monsignore Illustrissimo”.
Essendo impiegati a scopar le strade di Roma, com’è a tutti noto, alcuni Forzati sotto una conveniente scorta Militare potrebbe avvenire che trovandosi a portata di Chiese o luoghi immuni taluno di Essi profittasse di qualche favorevole circostanza per prendervi rifugio. Quindi il Cardinal Vicario ad oggetto di provenire questo disordine e le sue conseguenze avvisa tutti i Superiori tanto Secolari che Regolari di qualsivoglia Chiesa o luogo immune che dian ordini rigorosi ai rispettivi loro subordinati perché si guardino dal prestare il minimo favore ai Forzati e all’apporre qualunque ostacolo alla scorta Militare nell’atto di estrar dall’immune i mal rifugiati in esso; mentre contravvenendo incorreranno quelle pene tanto pecuniarie che afflittive del Corpo, che secondo la qualità de’ casi avranno meritate i perturbatori dell’ordine e della quiete pubblica

Il castellano totalmente pazzo

Posted in Pazzia with tags , , , , , on aprile 8, 2009 by crimini roma

castel s. Angelo
Nell’aprile del 1539 il grande Benvenuto Cellini fu rinchiuso in Castel Sant’Angelo, la più famigerata prigione della città. A causa di un errore giudiziario, sencondo quanto sostiene l’artista nella sua geniale autobiografia. All’epoca Cellini era già molto affermato e fu trattato quindi con grande rispetto dal governatore del Castello. Ma durante le conversazioni che ebbe con l’uomo Cellini si rese via via conto di avere di fronte un folle. Il Castellano confessò infatti all’artista di temere ch’egli potesse fuggire dal Castello grazie a delle ali incerate; ma questo – aveva aggiunto – non lo avrebbe messo in salvo, perchè lui era un pipistrello e l’avrebbe subito riacciuffato. Era assolutamente convinto di essere un pipistrello.
Ossessionato, il Castellano divenne sempre più severo. “Se non che – commentò l’artista fiorentino ormai deciso – vi farò vedere che cosa sa fare un disperato”. E poco dopo, molto più prosaicamente, Cellini riuscì a calarsi dalle mura con delle lenzuola. E il Castellano si ripromise di volare a riprenderlo, non appena avesse fatto notte.

Questo Castellano aveva ogni anno certe infermità che lo traevano del cervello a fatto; e quando questa gli cominciava a venire, e’ parlava assai, modo che cicalare ; e questi umori sua erano ogni anno diversi, perché una volta gli parve essere uno orcio da olio; un’altra volta gli parve essere un ranochio e saltava come il ranochio ; un’altra volta gli parve esser morto, e bisogniò sotterrarlo: così ogni anno veniva in qualcun di questi umori diversi. Questa volta si cominciò a immaginare d’essere un pipistrello e, in mentre che gli andava a spasso, istrideva qualche volta cosi sordamente come fanno i Pipistrelli; ancora dava un po’ d’atto alle mane et al corpo, come se volare avesse voluto. Li medici sua, che se ne erano avveduti, così li sua servitori vecchi, li davano tutti i piaceri che inmaginar potevano: e perché e’ pareva loro che pigliassi gran piacere di sentirmi ragionare a ogni poco e’ venivano per me e menavanmi da lui.
Per la qual con questo povero uomo talvolta mi tenne quattro e cinque ore intere, che mai avevo restato di ragionar seco. Mi teneva alla tavola sua a mangiare al dirinpetto a sè e mai restava di ragionare o di farmi ragionare ma io in quei ragionamenti mangiavo pure assai bene. Lui, povero uomo, non mangiava e non dormiva, di modo che me aveva istracco, che io non potevo più; e guardandolo alcune volte in viso vedevo che le luce degli occhi erano ispaventate perché una guardava in un verso e l’altra in uno altro. Mi cominciò a domandare se io avevo mai avuto fantasia di volare…
Questo uomo mi cominciò a dimandare che modi io terrei al quale io dissi, che considerato gli animali che volano volendogli imitare con l’arte quello che loro avevano dalla natura, non c’era nissuno che si potesse imitare, se non il pipistrello. Come questo povero senti quel nome di pipistrello che era l’umore in quel che peccava quell’anno, messe una voce grandissima, dicendo “E’ dice il vero, e’ dice il vero; questa è essa, questa è essa !”

Il Castellano ha paura che Benvenuto scappi
“Una sera di festa in fra l’altre, sentendosi il castellano molto mal disposto e quelli sua omori cresciuti, non dicendo mai altro se non che era un pipistrello, e che se lor sentissino che Benvenuto fussi volato via, lasciassino andar lui, che mi raggiugnerebbe, poiché e’ volerebbe di notte ancor lui (…) dicendo: “Benvenuto è un pistrello contrafatto, e io sono un pipistrello dadovero; e perché e’ m’è stato dato in guardia lasciate pure fare a me, che io lo giugnerò ben io”.

Benvenuto scappa calandosi con le lenzuola ed il Castellano vorrebbe raggiungerlo
In questo mezzo s’era levato un romore grandissimo in Roma: che di già s’era vedute le fascie attaccate al gran torrione del Mastio del Castello, e tutto Roma correva a vedere questa inistimabil cosa. Intanto il castellano era venuto inne’ sua maggiori umori della pazzia, e voleva a forza di tutti e’ sua servitori volare ancora lui da quel mastio, dicendo che nessuno poteva ripigliare se non lui, con il volarmi drieto…