Archive for the Supplizi Category

La tortura del fuoco

Posted in Supplizi with tags , , , , on maggio 23, 2012 by crimini roma

I principali strumenti di tortura del tribunale del sant’Uffizio romano erano tre: la tortura della corda, quella dell’acqua e quella del fuoco. Quest’ultima, forse, è la meno nota. Ecco come la riporta il De Sanctis in un documentato libello anticattolico della metà del secolo XIX:

La tortura del fuoco si dava a questo modo. Il reo dopo aver sofferta costantemente la tortura della corda, era condotto avanti un camino pieno di carboni accesi: era legato fortemente ad un cavalletto, in modo che non potesse fare il più piccolo movimento: “qui sic suppositus, nudatis pedibus, illisque lardo porcino inunctis et in cippis juxta ignem validum retentis”. Comprendete? Co’ piedi nudi, unti con lardo, e ritenuti con ceppi per mezz’ora sopra un grandissimo fuoco!

La mondezza nel Tevere

Posted in Supplizi with tags , , on aprile 4, 2012 by crimini roma


Una notizia tratta dal diario del Valesio, fonte formidabile per la Roma del Settecento. Un uomo anziano – colpevole di aver gettato la mondezza nel fiume – subisce il supplizio della corda, e si sente male. Allora la famiglia si rivolge al Papa…

13 settembre 1740. Si dava sul Corso, per ordine di Monsignor Casoni, la corda ad un carrettiere per aver contro il divieto versata la carretta alla Renella. Per essere di età alquanto avanzata e grosso, al secondo tratto venne quasi meno e di poi vomitò sangue.
15 settembre 1740. Monsignor Casoni, per aver senza processo informativo fatto dare la corda al carrettiere, come si disse ed avendo i parenti fatto ricorso al Papa, d’ordine del medesimo chiamato da Mons. Merlini, il detto prelato ebbe un solenne rabbuffo…

Supplizi singolari

Posted in Supplizi with tags , , on gennaio 27, 2012 by crimini roma

Ricorda Cancellieri – ne il Mercato… – che negli Statuti bassomedievali di Roma era descritta, tra le varie pene cui erano condannati i colpevoli, quella di “stare a Cavalo di un Leone di marmo, con una Mitra di Carta, e con la Faccia unta di Miele, per tutto il tempo del Mercato”. Si tratta del Leone del Campidoglio, il Leone di giustizia.
La Mitra di Carta – un cappello che si metteva in testa ai condannati per scherno – era particolarmente usata nel medioevo ma non era del tutto caduta in disuso ai tempi del Cancellieri, cioè fino ai primi anni del XIX secolo. Però a quei tempi veniva comminata solo per un reato “particolare”: scrive Cancellieri che se ne conserva ancora l’uso nella Pratica Criminale delle Pene di Roma, ove ai cornuti volontarj e contenti, si dà la pena, ducatur Mitratus per Urbem

L’effigie dei condannati sul Campidoglio

Posted in Supplizi with tags , , , , on agosto 30, 2011 by crimini roma

Nel marzo del 1532 il Governatore Magalotti, in ottemperanza ad un decreto di papa Clemente VII che impediva di portare armi in città, ordinava di perquisire la casa del nobile romano Giuliano Cesarini, che aveva fatto mostra di disobbedire all’ordine. Per il barone, la perquisizione fu un’affronto da lavare con il sangue. Il 14 dello stesso mese, con una schiera di armati, tese un agguato al governatore sotto il Campidoglio e lo ferì gravemente. Inseguito dalla scorta di Magalotti, Cesarini trovò rifugio in un convento da cui poi riuscì a fuggire all’estero. I medici del papa salvarono il Governatore ma l’ira del pontefice si abbatté ugualmente sull’attentatore. All’epoca si usava – come segno di ignominia – dipingere il colpevole di un reato particolarmente efferato sulla torre più alta del Campidoglio, in modo che fosse visibile a tutti.
Così – racconta il Cancellieri – il Gonfaloniere Giuliano Cesarini, per aver ferito il Governatore, fu bandito con grossa taglia e dipinto ignominiosamente nella Facciata del Campidoglio sopra la Fenestra a Croce, che si vede, al Torrione dalla parte dell’Araceli con la Spada, e Cappa in testa, senza Cappello, e in Giubbone.
Vi stette sino alla morte di Clemente VII che poco prima di morire gli fece la grazia di rimetterlo e cassare la detta Pittura
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Il figlio dei Quintili

Posted in Supplizi with tags , , , on novembre 8, 2010 by crimini roma

Percorrendo l’appia antica, oltrepassata da un pò la tomba di Cecilia Metella, sulla sinistra si possono vedere i maestosi resti di una delle più importanti residenze d’età imperiale, la Villa dei senatori Quintili. Teatro di un terribile eccidio, ad opera dell’imperatore Commodo. I due fratelli senatori furono sorpresi dai suoi sicari e, accusati di una congiura, immediatamente uccisi. Ma il figlio di uno di loro, Sesto, non si trovava a Roma in quei terribili giorni. Cassio Dione (LXXII, 5) così scrive:
Commodo uccise anche i due Quintilii, Condiano e Massimo, poiché gran fama avevano per il sapere e per l’arte militare, per la concordia e per le ricchezze, e dei beni che possedevano erano venuti in sospetto, e quantunque non pensassero a novità, si rattristavano per le cose contemporanee. E così questi, come sempre erano vissuti insieme, insieme morirono con un figlio. Dal momento che si volevano il massimo bene neppure nelle magistrature vollero essere disgiunti, e furono consoli e sedettero insieme.
E Sesto Condiano, figlio di Massimo, sorpassando per natura e per educazione i suoi eguali, allorquando intese la promulgazione del decreto fatale contro di lui, poiché si trovava nella Siria, bevve il sangue di una lepre e dopo ciò salì a cavallo, e si lasciò cadere in modo opportuno, vomitando sangue come se fosse stato il suo, e sollevato da terra, come prossimo a morire, fu portato in una stanza: quivi scomparve, ed in luogo suo fu posto nel feretro il corpo di un ariete, che fu poi arso. Da quel momento Sesto, cangiando sempre figura e vestiario, andò vagando qua e là. Sparsasi però la fama delle cosa, poiché non è possibile che lungamente tali fatti rimangono celati, si fecero ricerche di lui dappertutto, e molti furono messi a morte per sbaglio a causa della somiglianza; molti, come consapevoli, o perché lo avevano ricoverato, furono puniti, e più ancora, senz’averlo mai veduto, perdettero i beni. Egli poi, se veramente fosse ucciso, poiché più teste simili alla sua furono mandate in Roma, o se scampasse, niuno mai ha saputo. Certo è che un impostore ardì dopo la morte di Commodo di spacciarsi per Sesto, e levarsi affine di ricuperare le ricchezze e la dignità ; ed interrogato da molti molto si vantò, ma quando l’imperatore Pertinace in persona lo interrogò sopra cose greche, che a lui erano affatto sconosciute, si scoprì totalmente, non avendo potuto intendere ciò che gli fu domandato: quindi per forme e per modi a lui somigliava, ma non per la educazione

Carcerati usati come netturbini al tempo del papa re

Posted in Supplizi with tags , , , , , , on aprile 22, 2010 by crimini roma


Al tempo del Papa Re i netturbini romani (o scopini o spazzini che dir si voglia) erano quasi sempre dei carcerati condannati ai lavori forzati. Lavoravano tutto il tempo – fino a dieci ore al giorno – sorvegliati da militari. L’unica speranza che rimaneva loro era riuscire a fuggire, il che per fortuna non accadeva così raramente. Non c’era bisogno di arrivare tanto lontano, bastava trovare un “luogo immune”, dove la polizia non poteva entrare. A Roma – scriveva scandalizzato il viaggiatore francese De Brosses – “è tutto un asilo: le chiese, la cerchia del quartiere di un ambasciatore, le case di un cardinale, tanto che quei poveri diavoli degli sbirri sono costretti a portare con sé una carta dettagliata delle vie di Roma e dei luoghi dove possono transitare, quando danno la caccia al malfattore”

A questo si riferisce un bando del 1803, riportato da Fancesco S. Palermo nel suo “Monsignore Illustrissimo”.
Essendo impiegati a scopar le strade di Roma, com’è a tutti noto, alcuni Forzati sotto una conveniente scorta Militare potrebbe avvenire che trovandosi a portata di Chiese o luoghi immuni taluno di Essi profittasse di qualche favorevole circostanza per prendervi rifugio. Quindi il Cardinal Vicario ad oggetto di provenire questo disordine e le sue conseguenze avvisa tutti i Superiori tanto Secolari che Regolari di qualsivoglia Chiesa o luogo immune che dian ordini rigorosi ai rispettivi loro subordinati perché si guardino dal prestare il minimo favore ai Forzati e all’apporre qualunque ostacolo alla scorta Militare nell’atto di estrar dall’immune i mal rifugiati in esso; mentre contravvenendo incorreranno quelle pene tanto pecuniarie che afflittive del Corpo, che secondo la qualità de’ casi avranno meritate i perturbatori dell’ordine e della quiete pubblica

Il cadavere bruciato per eresia

Posted in Supplizi with tags , , , , on aprile 15, 2010 by crimini roma

Molto complessa la storia di Marcantonio De Dominis, arcivescovo di Spalato nei decenni – tanto difficili – successivi al Concilio di Trento. Fu forse uno dei più alti ecclesiastici a sviluppare tesi al confine tra cattolicesimo e riforma protestante. Nonostante fosse ben fuori dall’ortodossia, gli riuscì d’ingannare la crudele Inquisizione romana. Che solo dopo la morte poté dimostrare la sua eresia. E si vendicò come poté.


L’arcivescovo di Spalatro apostatò et andò in Inghilterra con un Monaco Benedettino: finsero di ritornare cattolici; venuti in Roma furono ribenedetti; fra poco tempo l’Arcivescovo morì e fu sotterrato nella chiesa della Minerva. Per via di certe lettere fu scoperto che ancora persisteva nell’eresia. fu dissotterrato et il cadavere fu brugiato in Campo di Fiore; il Monaco Benedettino per alcuni furti fatti in San Pietro fu degradato e giustiziato

Scorte e regicidi

Posted in Supplizi with tags , , , , , , , on marzo 18, 2010 by crimini roma

Il grande re Servio Tullio – Mastarna nel suo vero nome etrusco – non faceva un passo senza una scorta personale di guardie armate. E siamo nel secolo VI avanti Cristo, in una Roma ancora piccola anche se già guerresca. Potremmo semplicizzare dicendo che Servio fu l’inventore della scorta. Non casuale, visto ciò che era successo al predecessore Tarquinio Prisco. Tarquinio era stato vittima di un attentato omicida organizzato dai figli di re Anco Marzio, che (tanto per cambiare) avevano cercato di trovare solidarietà muovendo le solite argomentazioni xenofobe (o se si preferisce, nazionaliste).
Il racconto – non può essere altrimenti – è quello liviano.

Allora i due figli di Anco, i quali già prima avevano ritenuto un sorpruso insopportabile l’esser privati del regno paterno dall’inganno del tutore, e il veder regnare a Roma uno straniero di stirpe non affine, anzi neppure italica, allora ancor di più si sdegnarono all’eventualità che neppure dopo Tarquinio il regno tornasse a loro (…) Decisero dunque di impedire con le armi questa vergogna. (…) Prepararono un attentato al re stesso.
Furono scelti per l’esecuzione due pastori risoluti e coraggiosi, i quali, muniti degli strumenti agresti che erano soliti portare, nel’atrio della regia simularono una furiosa rissa, attirando l’attenzione di tutte le guardie del re; e poichè entrambi si appellavano al giudizio del re, e le loro grida erano giunte all’interno della reggia, il sovrano li fece venire davanti a sè. Dapprima vociavano e facevano a gara nell’ingiuriarsi a vicenda; dopo che il littore ridottili al silenzio li ebbe invitati a parlare uno per volta, finalmente cessarono di rimbeccarsi, ed uno cominciò ad esporre la vertenza, secondo il piano concordato.
Mentre il re rivolgeva tutta la sua attenzione a quello, l’altro levata in alto la scure la abbassò sul suo capo, e lasciata l’arma infissa nella ferita entrambi si precipitarono fuori.
Tarquinio venne raccolto in fin di vita da quelli che gli stavano attorno, mentre i littori arrestavano i fuggitivi.