Archive for the Stragi Category

Lo sfregio dell’Arco di Costantino

Posted in Stragi with tags , , , on febbraio 20, 2011 by crimini roma

Un morboso omicidio sconvolse la città di Firenze nel 1537. Il duca Alessandro de Medici fu ucciso a coltellate da un suo cugino, Lorenzino de’ Medici. Dopo l’omicidio, che in effetti liberò la città da un odioso tiranno, Lorenzino si atteggiò a novello Bruto. Secondo quel che scrive il grande Francesco Cancellieri nel 1802, alla decisione di uccidere il duca Alessandro Lorenzino sarebbe giunto anche nell’intenzione di riscattare il proprio nome. Perché pochi anni prima Lorenzo era stato accusato di aver sfregiato l’Arco di Costantino, una delle opere più belle e – fino ad allora – meglio conservate del mondo romano.

Le statue degli otto prigionieri di ottima maniera situate nella parte superiore dell’arco furono improvvisamente una mattina trovate senza Testa, verso il fine del pontificato di Clemente VII. Fu scoperto autore di questo attentato Lorenzino de’ Medici, avido smisuratamente di cose antiche. Il Papa ne provò sommo rammarico, e lo chiamava il vituperio, e l’infamia di casa Medici. Furono subito pubblicati due bandi uno di perpetuo esilio intimatogli da’ Caporioni, l’altro dal Senatore, che prometteva un premio a chi l’avesse ucciso. Onde fu costretto a fuggire per salvarsi. Inoltre il Molza recitò una fortissima Orazione contro di lui alla Accademia Romana avanti molti Cardinali, Prelati ed ogni ceto di persone. Lorenzino ne rimase talmente colpito che per cancellare quest’ignominia, prese la furiosa risoluzione di uccidere Alessandro Medici suo cugino, primo duca di Firenze, sperando con questa coraggiosa azione, con cui pretese di liberare la Patria dal nuovo giogo e di restituirle la sua primeria libertà, di riparare alla perduta riputazione. Queste statue son rimaste senza testa fino a Clemente XII che ve ne fece adattare delle altre ristorando tutto l’Arco.

Festeggiare una strage

Posted in Stragi with tags , , , , , , , , , on febbraio 1, 2010 by crimini roma


Santo della Chiesa cattolica, persecutore di ebrei e sterminatore di valdesi, Pio V fu anche corresponsabile della strage degli Ugonotti, i protestanti francesi, uno dei più spaventosi eccidi della storia dell’umanità (nota anche come la notte di S. Bartolomeo, avvenuta a Parigi il 24 agosto del 1572).
Anche se – al momento della strage – Pio V era morto da qualche mese, il suo fanatismo anti ugonotto non può essere messo in discussione: in una lettera al re di Francia Carlo IX aveva raccomandato di esterminare tutti que’ scellerati eretici, a massacrare tutti i prigionieri di guerra, senza aver riguardo per alcuno, senza rispetto umano, e senza pietà; imperocchè non vi poteva nè vi doveva mai esser pace fra Satana e i figli della luce (…) affinchè la razza degli empi non pullulasse di nuovo, ed anche per piacere a Dio, il quale preferisce ad ogni altra cosa che si perseguitino apertamente e piamente i nemici della religione cattolica.
Non stupisce quindi leggere con quanto entusiasmo fosse accolta a Roma la notizia della carneficina. Il successore di Pio V, Gregorio XIII, coniò addirittura una sinistra moneta commemorativa col busto del papa da un lato e un angelo con la spada dell’altro e la scritta UGONOTTORUM STRAGES 1572. Le parole della cronaca di Giacomo Augusto de Thou (lib. 53) mostrano quali furono le reazioni da parte della corte pontificia alla strage.
Giunta in Roma la notizia del massacro di Parigi, la gioia che essa vi arrecò fu al di là di quanto possa dirsi. Le lettere del Nunzio furono lette il 6 settembre nel concistoro: e tosto fu risoluto che il papa accompagnato da’ Cardinali andrebbe alla Chiesa di S. Marco per ringraziare Dio solennemente della grazia singolare che aveva fatto alla S. sede ed a tutta la cristianità: che il lunedì seguente si canterebbe una messa di ringraziamento alla Minerva colla assistenza del papa e cardinali, e che si pubblicherebbe un giubbileo universale; perchè i nemici della verità e della Chiesa erano stati massacrati in Francia

il primo serial killer

Posted in Stragi with tags , , , , on gennaio 28, 2010 by crimini roma

Nel 1775 il marchese De Sade pubblica “Voyages d’Italie”. Qui racconta cosa vide a Roma durante la visita a Castel Sant’Angelo. Il Castello era un luogo macabro, poiché all’epoca era una prigione ed era stato fino a poco prima terribile luogo di tortura. Le sue riflessioni su questo “primo serial killer” lasciato ancora stupiti.

Mi mostrano in un armadio, di fronte alla porta, alcune armi proibite, fra cui pugnali capaci d’infliggere ferite mortali. Vidi una specie di arco piccolissimo e di strana fattura, che era appartenuto a uno spagnolo il cui unico piacere consisteva nel lanciare per mezzo di quell’arco (senza altra invenzione che quella d’una distruzione gratuita) spilli avvelenati nelle strade e in mezzo alla folla là dove si trovava, sia nei luoghi pubblici si all’uscita delle chiese. Questa bizzarra mania di fare il male per il solo piacere di farlo è fra le passioni dell’uomo la meno compresa e di conseguenza la meno studiata, e tuttavia oserei credere possibile il farla rientrare nella classe comune dei deliri della fantasia. Ma la rarità con cui ricorre, fortunatamente per il genere umano, me ne risparmia la fatica.

La Corrida nel Colosseo

Posted in Stragi with tags , , , , on aprile 4, 2009 by crimini roma

roma medievale
Un prezioso testimone della vita cittadina negli anni tra 1327 e 1340 fu Ludovico Monaldesco, un letterato umbro che morì – secondo alcune testimonianze a dir poco ottimistiche – alla più che venerabile età di 115 anni. Le sue preziose cronache, gli “Annali”, furono pubblicati dal Muratori. Tra i tanti aneddoti, in particolare uno lascia sconcertati. Rimesso in funzione per l’occasione, il Colosseo vide nell’anno 1322 una sanguinosa corrida. I “toreri” erano tutti giovani nobili molto coraggiosi, vestiti in modo suggestivo e accompagnati da motti poetici. Questa cronaca restituisce forse meglio di tante altre descrizioni il clima dell’epoca. Furono massacrati 11 tori, ma di toreri ne morirono addirittura 18. Per concludere, sugli spalti scoppiò anche una rissa e un giovane fu ucciso con un colpo di spada in testa. E questi erano i nobili…

Nel detto anno si fece il gioco del Toro al Coliseo, che avevano raccomandato tutto con ordine di tavolini, e fu gettato il bando per tutto il contorno, acciò ogni Barone ci venisse; e io raccontarò, quali gioveni giocorno, e quali morirono. Questa festa primieramente fu fatta alli tre di Settembre del detto Anno, e tutte le matrone di Roma stavano sopra li balconi foderati di roscio; e ci era la bella Savella Orsina con altre due sue parente; e ci erano le donne Colonnesi, ma la giovane non ci pote venire, perché si era rotto un piede al giardino della Torre di Nerone; e ci era la bella Jacova de Vico, aliàs Rovere; e tutte si menarono le belle donne di Roma, perché a quella Rovere toccavano le donne di Trestevere; all’Orsina tutte quelle di piazza Navona, e di S. Pietro; alla Colonnese tutte le altre, che restavano, e che arrivavano fino alli Monti, e alla piazza Montanara, e a S. Girolamo vicino al palazzo Savello; finalmente tutte le femine nobili da una banda, e l’altre di minor sfera dall’altra; e li combattenti dall’altra.
E furono caccia a forte dal Vecchio Pietro Jacovo Rossi da S. Angiolo alla Pescaria; e il primo cacciato fu un forastiero da Rimini chiamato Galeotto Malatesta e comparve vestito di verde con lo spido in mano, e portava alla capellata di ferro scritto: solo io come Orazio, e andò ad incontrare il Toro, e lo ferì all’occhio manco, ma il Toro diede a fuggire. All’hora lui ci diede una botta alla natica, e il Toro un calcio allo ginocchio, e cascò, e il Toro andava correndo, ma non lo trovò. Uscì allora tutto infierito Cicco della Valle, ch’era vestito mezzo bianco e mezzo nero, e il motto che portava al cimiero era: Io sono Enea per Lavinia; e questo fece, perché Lavinia si chiamava la figlia di Misser Jovenale, e lui n’era fieramente innamorato. E combatteva valorosamente con il Toro, quando uscì l’altro Toro; e uscì Mezzo Stallo forzuto giovane vestito di negro, che li era morta la moglie, e diceva il motto: così sconsolato vivo, e si portò bene con il toro. Uscì Cafarello giovane sbarbato, che portava il colore del pelo del Leone e diceva il motto: chi più forte di me ? Uscì un forastiero di Ravenna figlio di Misser Ludovico de la Polenta vestito di rosso e negro, e il motto dicea: se moro annegato nel sangue, o dolce morte. Uscì Savello di Anagni vestito di giallo e diceva il motto: ognuno si guardi dalla pazzia d’amore. Uscì vestito di cenere Giovan Giacomo Capoccio figlio di Giovanni di Marsi, e il motto diceva: sotto la cenere ardo. E poi uscì Cecco Conti con un vestito di color d’argento, e il motto dicea: così bianca è la fede. Uscì Pietro Capoccio vestito d’incarnato, e il motto dicea: Io di lucretia Romana sono lo schiavo; e voleva denotare, ch’era schiavo della pudicitia della Lucretia Romana. Uscì Misser Agabito della Colonna con un vestito di color di ferro con certe fiamme di fuoco, e portava al capelletto una collana de ciera scritto intorno: se io casco, cascate voi, che vedete; voleva dire, che la casa Colonna era il sostegno del Campidoglio, e che li altri erano solo il sostegno del Papa. Uscì poi Aldobrandino della Colonna vestito di bianco e verde, e portava una collana al capo, che dicea: tanto più grande, tanto più forte. Uscì un altro sbarbatello figlio di Stefano Senatore, e si chiamava Cola della Colonna vestito di color Pardiglio, e con un motto: Malinconico, ma forte. Uscì un Paparese con il motto: per una donna matto, vestito a scacchi bianco e negri. Uscì Anibale degli Anibali giovenotto di prima barba con un vestito di color marino e giallo, e il motto era: chi naviga per amore, s’ammattisce. Quel giovenotto di Stalla annava vestito di bianco, ma tra legami rossi era il cimiero, e il pennacchio con il motto: so’ mezzo placato. Et il vicino suo, cioè Giacomo Altieri, era vestito di giallo con le stelle celesti; il motto diceva: tanto alto, quanto si puole; il motto lo fece uno Zio suo litterato, dove cominciò le grandezze di questa casata, che aspirava alle stelle, e comprò la casa a San Marcello de’ Stalli, e si chiamava piazza di Altieri. Uscì Evangelista de Evangelisti de’ Corsi vestito di color celeste, e portava al cimiero un cane legato, e il motto dicea: la fede mi tiene, e mantiene. Uscì Giacomo Cencio con un vestito bianco e lionato, e il motto dicea: bono con li boni, cattivo con li cattivi. Uscì il figlio di Fosco con un vestito verde, e li calzoni a brache bianche; al cimiero vi era una colomba con le frondi di oliva, e il motto era: sempre porto vittoria. Uscì Franciotto di Manieri vestito di verde come una Donna smorta, e il motto era: hebbi speranza viva, ma già mi si muore. E molti altri, che io mi stracco di raccontarli; tutti assaltarono il suo toro, e ne rimasero morti dicidotto, e nove feriti, e li tori ne rimasero morti undici.
Alli morti si fece grand’honore, e si portarono a sepellire a S. Maria Maggiore, e a San Giovanni Laterano. Camillo Cencio, perché il nipote era un piccolino nella folla era cascato, e fattole cadere il figlio della Savella del Conte dell’Anguillara, il Cencio ci diede in capo una stortata che il povero giovane morse subito: ne fecero gran fracasso. La folla fu a San Giovanni, per vedere sepelire i morti al gioco.