Archive for the Pazzia Category

I quaccheri che volevano convertire il papa

Posted in Pazzia with tags , , , on settembre 11, 2010 by crimini roma

Anno 1658. Due quaccheri – chiamati anche tremolanti – si incaricano di una missione
da niente: andare a Roma a predicare al papa. A convertirlo, insomma. Alessandro VII accetta perfino di incontrarli. All’inizio sopporta in silenzio, ma ad un certo punto, all’ennesima eresia, li fa arrestare. Portati alle carceri del Sant’Uffizio (l’Inquisizione) sono interrogati, ma vengono trovati piuttosto pazzi che furbi. Invece che al rogo sono mandati in manicomio. Saranno rilasciati mesi dopo con la promessa di non tornare più e soprattutto di dissuadere i correligionari da fare nuovi simili tentativi.

testimonianza dell’ambasciatore di Torino a Roma:
Sono gionti in questa città tre Inglesi detti Tremanti, li quali (…) hanno procurati d’essere introdotti all’uddienza di Nostro Signore per convertirlo alla loro setta (…) Sono stati carcerati dal Signor Governatore e poi riconosciuto l’errore sono rimessi al S. Officio d’onde si crede, che siano per essere condotti sopra una catasta.

testimonianza del medico inglese Ellis Veryard (sempre da S. Villani, Missioni quacchere nell’Italia del Seicento)
Fecero così tanto uso del loro linguaggio ispirato, ed erano inoltre talmente molesti, che gli ufficiali prendendoli per pazzi e per pura carità li mandarono al Manicomio. Il guardiano, prendendo il loro zelo e gli strani sbalzi di spirito per sintomi di un cervello malato, li rinchiuse in una cella sotterranea e li trattò con il massimo rigore.

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Il castellano totalmente pazzo

Posted in Pazzia with tags , , , , , on aprile 8, 2009 by crimini roma

castel s. Angelo
Nell’aprile del 1539 il grande Benvenuto Cellini fu rinchiuso in Castel Sant’Angelo, la più famigerata prigione della città. A causa di un errore giudiziario, sencondo quanto sostiene l’artista nella sua geniale autobiografia. All’epoca Cellini era già molto affermato e fu trattato quindi con grande rispetto dal governatore del Castello. Ma durante le conversazioni che ebbe con l’uomo Cellini si rese via via conto di avere di fronte un folle. Il Castellano confessò infatti all’artista di temere ch’egli potesse fuggire dal Castello grazie a delle ali incerate; ma questo – aveva aggiunto – non lo avrebbe messo in salvo, perchè lui era un pipistrello e l’avrebbe subito riacciuffato. Era assolutamente convinto di essere un pipistrello.
Ossessionato, il Castellano divenne sempre più severo. “Se non che – commentò l’artista fiorentino ormai deciso – vi farò vedere che cosa sa fare un disperato”. E poco dopo, molto più prosaicamente, Cellini riuscì a calarsi dalle mura con delle lenzuola. E il Castellano si ripromise di volare a riprenderlo, non appena avesse fatto notte.

Questo Castellano aveva ogni anno certe infermità che lo traevano del cervello a fatto; e quando questa gli cominciava a venire, e’ parlava assai, modo che cicalare ; e questi umori sua erano ogni anno diversi, perché una volta gli parve essere uno orcio da olio; un’altra volta gli parve essere un ranochio e saltava come il ranochio ; un’altra volta gli parve esser morto, e bisogniò sotterrarlo: così ogni anno veniva in qualcun di questi umori diversi. Questa volta si cominciò a immaginare d’essere un pipistrello e, in mentre che gli andava a spasso, istrideva qualche volta cosi sordamente come fanno i Pipistrelli; ancora dava un po’ d’atto alle mane et al corpo, come se volare avesse voluto. Li medici sua, che se ne erano avveduti, così li sua servitori vecchi, li davano tutti i piaceri che inmaginar potevano: e perché e’ pareva loro che pigliassi gran piacere di sentirmi ragionare a ogni poco e’ venivano per me e menavanmi da lui.
Per la qual con questo povero uomo talvolta mi tenne quattro e cinque ore intere, che mai avevo restato di ragionar seco. Mi teneva alla tavola sua a mangiare al dirinpetto a sè e mai restava di ragionare o di farmi ragionare ma io in quei ragionamenti mangiavo pure assai bene. Lui, povero uomo, non mangiava e non dormiva, di modo che me aveva istracco, che io non potevo più; e guardandolo alcune volte in viso vedevo che le luce degli occhi erano ispaventate perché una guardava in un verso e l’altra in uno altro. Mi cominciò a domandare se io avevo mai avuto fantasia di volare…
Questo uomo mi cominciò a dimandare che modi io terrei al quale io dissi, che considerato gli animali che volano volendogli imitare con l’arte quello che loro avevano dalla natura, non c’era nissuno che si potesse imitare, se non il pipistrello. Come questo povero senti quel nome di pipistrello che era l’umore in quel che peccava quell’anno, messe una voce grandissima, dicendo “E’ dice il vero, e’ dice il vero; questa è essa, questa è essa !”

Il Castellano ha paura che Benvenuto scappi
“Una sera di festa in fra l’altre, sentendosi il castellano molto mal disposto e quelli sua omori cresciuti, non dicendo mai altro se non che era un pipistrello, e che se lor sentissino che Benvenuto fussi volato via, lasciassino andar lui, che mi raggiugnerebbe, poiché e’ volerebbe di notte ancor lui (…) dicendo: “Benvenuto è un pistrello contrafatto, e io sono un pipistrello dadovero; e perché e’ m’è stato dato in guardia lasciate pure fare a me, che io lo giugnerò ben io”.

Benvenuto scappa calandosi con le lenzuola ed il Castellano vorrebbe raggiungerlo
In questo mezzo s’era levato un romore grandissimo in Roma: che di già s’era vedute le fascie attaccate al gran torrione del Mastio del Castello, e tutto Roma correva a vedere questa inistimabil cosa. Intanto il castellano era venuto inne’ sua maggiori umori della pazzia, e voleva a forza di tutti e’ sua servitori volare ancora lui da quel mastio, dicendo che nessuno poteva ripigliare se non lui, con il volarmi drieto…