L’effigie dei condannati sul Campidoglio

Nel marzo del 1532 il Governatore Magalotti, in ottemperanza ad un decreto di papa Clemente VII che impediva di portare armi in città, ordinava di perquisire la casa del nobile romano Giuliano Cesarini, che aveva fatto mostra di disobbedire all’ordine. Per il barone, la perquisizione fu un’affronto da lavare con il sangue. Il 14 dello stesso mese, con una schiera di armati, tese un agguato al governatore sotto il Campidoglio e lo ferì gravemente. Inseguito dalla scorta di Magalotti, Cesarini trovò rifugio in un convento da cui poi riuscì a fuggire all’estero. I medici del papa salvarono il Governatore ma l’ira del pontefice si abbatté ugualmente sull’attentatore. All’epoca si usava – come segno di ignominia – dipingere il colpevole di un reato particolarmente efferato sulla torre più alta del Campidoglio, in modo che fosse visibile a tutti.
Così – racconta il Cancellieri – il Gonfaloniere Giuliano Cesarini, per aver ferito il Governatore, fu bandito con grossa taglia e dipinto ignominiosamente nella Facciata del Campidoglio sopra la Fenestra a Croce, che si vede, al Torrione dalla parte dell’Araceli con la Spada, e Cappa in testa, senza Cappello, e in Giubbone.
Vi stette sino alla morte di Clemente VII che poco prima di morire gli fece la grazia di rimetterlo e cassare la detta Pittura
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