la cassa del papa

In quota “debiti e ingratitudine nel lazio” è divertente – si fa per dire, visto il tema – raccontare la storia della bara di un formidabile papa seicentesco, Innocenzo X.
Il papa Pamphilj (cui si deve – se non altro – Piazza Navona) morì ultraottantenne un pò rimbambito (e ciò era, vista l’età, suo buon diritto) e circondato da una turba di parenti famelici e ingrati. Appena egli esalò l’ultimo respiro se ne disinteressarono completamente; non vollero tirare fuori nemmeno i soldi per seppellirlo, pur avendo dissanguato per anni le casse dello stato. Il cadavere del pontefice finì in uno sgabuzzino di San Pietro, tra corde e topi.

Il Papa non è ancora sotterrato, perché non si trova chi voglia fare la spesa. Don Camillo dice di non havere havuto niente da Sua Beatitudine e toccare di farlo alla signora Donna Olimpia; et essa dice che ella non è l’herede. E così Sua Beatitudine se ne sta là in un canto, in una cassaccia.
(relazione dell’ambasciatore fiorentino Riccardi)

Domenica sera, essendo concorsi alla Basilica Vaticana più cardinali, creature del morto pontefice, e gli principi Pamphilj, Ludovisio e Giustiniani, per intervenire al’ultimo atto di pietà che dovea esercitarsi verso il morto Pontefice, che era la sepoltura, se ne tornarono fraudati della loro intenzione; poiché non si diede sepoltura al maestoso cadavere per non essere stata preparata la cassa per deporvelo dentro, non trovandosi chi ne avesse voluta fare la spesa, ancorché monsignor sacrista, alla presenza di tutti quei principi, attestasse d’haverne più volte fatto istanza ed avvertita la signora Donna Olimpia… Quindi non meraviglia che il giorno seguente moltiplicassero le imprecationi del volgo contro l’avarizia di questa casa, che aborriva la spesa di un centinaio di scudi per custodire le ossa di quel pontefice che havea sviscerato l’erario della Chiesa per arricchire ciascheduno di loro, trovandosi nei libri camerali un debito di otto milioni, oltre a seicentomila scudi, contratto dalla Camera Apostolica nel corso del suo pontificato. (…) Credevano alcuni amorevoli di questa casa di cancellare la macchia causata da sordidezza tanto patente col specioso pretesto che simile spesa si dovesse fare dalla Camera Apostolica e dal medesimo Capitolo della Basilica del Principe degli Apostoli… Nacque da questo incidente un disordine maggiore, poiché, non convennendo oltre al consueto de’ soliti tre giorni rimanesse quel sacro cadavere esposto agli occhi di tutti, negando di dargli luogo in una delle loro sacrestie quei canonici, bisognò conservarlo nella stanza detta della Guardarobba della Fabbrica, nella quale si conservano funi, ferri et legnami et altri materiali per fabbricare… E’ voce comune che in loco così abietto fosse veduto il cadavere pontificio dal fratello del Re di Svezia e da un figlio del Re di Danimarca (principi che poco prima erano giunti incogniti a Roma) con sentimento grandissimo di buoni cattolici, che si persuadono schernita, fra tale sordidezza, la dignità dell’apostolato di San Pietro.(Manoscritto conservato nell’archivio capitolino Cred. XIV, tomo IX, pag. 264 e seg., senza titolo)

Il suo corpo, dopo essere stato esposto il solito spazio in San Pietro, rimase un altro giorno in una vilissima stanza soggetta alle ingiurie dell’umidità e degli immondi animali per non trovarsi chi ‘l provvedesse di cassa. Grande insegnamento a’ Pontefici qual corrispondenza d’affetto possono aspettare da parenti per cui talora pongono a rischio la coscienza e l’onore.

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