Il tesoro di Augusto

Nella cronaca di Guglielmo di Malmesbury, scritta intorno all’anno 1130, è riportata una leggenda sul misterioso (e ancora oggi disperso) tesoro dell’imperatore Augusto, che sarebbe nascosto in una grotta nel centro di Roma.

Era in Campo Marzio, presso Roma, una statua, non si sa se di bronzo o ferro, che aveva l’indice della mano destra disteso e recava sulla fronte una scritta che diceva HIC PERCUTE (colpisci qui).
Gli uomini del passato, credendo di trovarvi dentro un tesoro, avevano aperta la statua innocente con molti colpi di scure; ma Gerberto corresse il loro errore, intendendo in altro modo quelle parole ambigue.
Egli, notato a mezzogiorno il punto dove il terreno era coperto dall’ombra del dito, vi infisse un palo; quindi, una volta sopraggiunta la notte, fece ritorno in quel luogo con un solo suo cameriere, che recava una lucerna accesa: a questo punto, con degli incantesimi, fece spalancare la terra.
Ed ecco apparve ai loro sguardi una grandissima reggia, con pareti d’oro, specchi d’oro e cavalieri d’oro che giocavano con dadi anch’essi d’oro, e un re d’oro, seduto con la sua regina a una mensa apparecchiata, con intorno i ministri e sulla mensa vasellame di gran peso e valore, dove l’arte vinceva la natura. Nella parte piùì interna del palazzo, un carbonchio, pietra fra tutte nobilissima e rara, cacciava col suo splendore il buio, e aveva nell’angolo opposto della stanza, un fanciullo con l’arco teso e la freccia pronta a scattare.
Ma nessuna di quelle cose, che quasi accecavano gli occhi per arte e valore, poteva essere toccata, perchè appena uno dei due mostrava di voler avvicinare la mano, ecco che quelle immagini sembravano fare la mossa di balzargli contro e farlo a pezzi.
Vinto dal timore, Gerberto represse la voglia di prendere un qualche oggetto prezioso; ma il cameriere si nascose nel vestito un coltello meraviglioso che si trovava sul tavolo, illudendosi che il furto di un oggetto così piccolo, tra i tanti ancor più preziosi che erano nella reggia, non sarebbe stato notato.
Ma immediatamente le statue dorate presero a fremere e si mossero, mentre il fanciullo, scoccata la freccia nel carbonchio, gettò tutta la reggia nel buio più fitto; e se il cameriere, spinto subito dal suo signore, non si fosse affrettato a rimettere il coltello al suo posto, avrebbero entrambi pagata cara la pena della loro curiosità.
Così, con tutti i loro desideri inappagati, aiutandosi con la lucerna, se ne tornarono, spaventati, indietro.

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