La maledizione di San Pietro

maledizione
Non solo le piramidi egizie.
Nel 1629 papa Urbano VIII, nel pieno fiorire dell’arte barocca, desiderò realizzare un nuovo tabernacolo nella basilica di San Pietro. L’altare – disegnato dal Bernini – doveva cadere perpendicolare sulla tomba dell’apostolo. Nel preparare le fondazioni, l’architetto Alamanni incontrò delle sepolture. Con poca accortezza le ritenne pagane e non badò loro più di tanto. Non conosceva, evidentemente, una lettera scritta 1000 anni prima da papa Gregorio Magno. Vi era descritto il potentissimo sortilegio da cui era protetto il corpo dell’apostolo Pietro, cui nessuno poteva pensare di avvicinarsi senza la necessaria deferenza
Presto, tra gli uomini che avevano partecipato alla scavo, iniziarono le prime morti…

Dalla “Relazione di quanto é occorso nel cavare i fondamenti per le quattro colonne di bronzo eretta da Urbano VIII all’altare della basilica di s. Pietro…”

Come fu cominciato a cavar, e del timore che cagionò il caso della morte dell’Alamanni.

Venuto l’ordine preciso, che si cominciasse a cavare, il cav. Bernini senza toccare il pavimento di sopra nella parte sotterranea, visto e misurato dove venissero a cadere i siti dei pilastri, fece dar principio il giorno 29 giugno del 1626 a romper sotto quei muri che erano d’impedimento. Lontano dall’ umbilico della confessione palmi tredici, arrivati al pavimento si scoprì tutta quella parte piena di sepolcri e di tumuli. Fermatisi i manuali e dato avviso, intervennero nel principio per considerare e provvedere a quanto occorreva Monsignor Cavalier Vescovo di Sulmona Vicario della Basilica, Monsignor Angelo Georio coppiere del Pontefice canonico e altarista, Monsignor Mario Bovio canonico et sacristano maggiore della chiesa. A primi corpi che fossero aperti e levati vi fu chiamato e si trovò presente l’Alamanni, il quale e sopra il sito e sopra la qualità de’ sepolcri e le forme e figure de’ corpi fece vari discorsi, e giudizii, donde uscì fuori nuova voce poco considerata che quei primi potessero esser corpi di non santi; e ancora di persone non ecclesiastiche. Accadde questo ai X di luglio. Il giorno seguente cascò l’Alamanni in infermità grave, e subito giudicato mortale aggravandosi sempre il male nel quarto decimo venne a morte.
Non mancavano cognizioni naturali alle quali si potesse riferire questo accidente, senza che si attribuisse a miracolo; aveva in quell’estate l’Alamanni variato il modo e regola di vivere, si era affaticato in alcuni cimiterii in tempo et ore incomode, con occasione che si dovevano mandare alcuni corpi dei santi in Spagna. Fu però creduto comunemente che questi fossero i casi avvertiti da s. Gregorio, et una pubblica increpatione di aver poco avvedutamente con titolo di sospetti vani negletto e ributtato quanto in riguardo di quel santo luogo con zelo di sana pietà o religione era stato motivato. Crebbe questa credenza in vedere un D. Francesco Schiaderio cappellano segreto del medesimo pontefice immediatamente cadere in terra di breve infermità intimo suo amico e forse parente e partecipe d’ogni suo pensiero, e quasi nell’istesso tempo morire ancora Bartolomeo suo amanuense di straordinaria sorte di malattia, et un de’ servitori, ch’era rimasto, si vide non molto tempo dopo reo di morte per un omicidio in questo tempo commesso. Questi accidenti cagionarono grande alteration negli animi di molti, parendo che questi esempi nuovi confermassero gli antichi. Ma quello che più d’ogni altra cosa sollevò i pensieri fu che il Pontefice istesso in questi giorni occorse che stesse alquanto indisposto, et come varie sono in Roma le passioni, così vari erano i discorsi e diversi i pareri. Chi si turbava per rispetto divino, chi per riguardo umano, et all’opera non si dava più quell’applauso di prima. I preti medesimi della Basilica che nel principio stimavano grazia e privilegio il potere assistere a servire a quell’azione cominciarono a ritirarsi, e si interpretava irreverentia e quasi sacrilegio ciò che prima era stimato devoto e reverente ossequio. Non si parlava quasi l’altro che dell’epistola di s. Gregorio, la quale fu parimente in quei giorni nelle mani e nelle lingue de’ dotti, e degl’indotti; ma come 1′ intenzione del Pontefice era rettissima et in se l’azione stessa non aveva altro fine che l’onore e gloria di Dio, mosso da interno spirito con pari costanza e prudenza non giudicò per questi umori doversi ritirare dall’impresa, che prima non si vedesse da persone dotte e pie, se i casi riferiti nell’epistola di s. Gregorio erano i medesimi e nelle rnedesime circostanze, acciocché interpreti fuori dei loro termini quello é stato registrato da quel glorioso Pontefice per maggior culto e grandezza dei SS. Apostoli non fosse preso per occasione di lasciare i loro sepolcri inornati e gli altari scoperti.

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