Archivio per maggio, 2009

La madonna miracolosa e le risse tra trasteverini e monticiani

Posted in Risse with tags , , , , , , on maggio 29, 2009 by crimini roma

Nell’anno 1600 Ottavio Panciroli scrisse una preziosa guida alle reliquie e ai più importanti oggetti di devozione che erano custoditi nelle chiese di Roma. A lui si deve la
la storia di una immagine della Madonna che si conservava a San Cosimato in Trastevere. Questa Madonna aveva compiuto un vero e proprio miracolo: far scoppiare -momentaneamente -la pace tra trasteverini e romani dell’altra sponda del fiume, impresa quasi impossibile nella Roma medievale e moderna.

SS. Cosmo e Damiano in Trastevere.
Una imagine della Madonna che in questa Chiesa (…) si conservava (…) imagine veramente miracolosa.
Stava questa imagine già molti, e molti anni sono nella Chiesa di S. Pietro in Vaticano, e sopra l’altare de ss. Processo, Martiniano si riveriva ornata di molte gemme, e oro, che ad alcuni ladroncelli, porse occasione di rubarla, e havuto l’intento, giunti al ponte di s. Angelo gittarono giù l’imagine ligata ad un gran sasso, ritenendosi per se le gemme, e l’oro.
Ma la madre d’amore e di concordia di qua prese occasione di metter pace fra quelli di Trastevere con questi altri di quà del Tevere, che per gli anni à dietro stavano poco uniti; imperoche la santa Imagine, ne dalla gravezza sua, ne dal peso attaccato trattenuta, veniva nuotando sopra l’acqua finche giunta a questo ponte si fermò nel mezo, mostrandosi tanto amica dell’una, come dell’altra parte, & insieme invitandoli à concordia, e pace fra di loro, col trattenersi verso il mezo di questo ponte, fin che levata, fù riverentemente posta in una capella, che nel mezo dello stesso ponte vi fabricarono.
Ma temendo li trasteverini, che quei di là per la continua discordia non usurpassero questa santa e miracolosa imagine, la collocarono nella vicina chiesa di S. Salvatore, e di qua nascostamente fu poi tolta dalli monaci benedettini e trasportata in questa lor chiesa.

Fantasmi al Monte delle Gioie

Posted in Fantasmi with tags , , , , , , on maggio 16, 2009 by crimini roma

Siamo nella seconda metà del secolo XVII. Alcuni sprovveduti – come accade anche ai giorni nostri – improvvisano una “seduta spiritica”. Il posto però è particolare: è il Monte delle Gioje, lungo la via Salaria, oggi popoloso quartiere accanto a Villa Ada. E’ una zona piena di tombe; si cercano tesori… si trovano fantasmi.

La seduta spiritica finisce con un grande spavento. Ce lo racconta Pietro Santi Bartoli, formidabile incisore romano, con l’aria distaccata del cronista scettico e un pizzico di compassione.

Al monte delle Gioje fuori di porta Salara si tentò in tempo d’Innocenzo X di cavare, colla speranza di trovare un gran tesoro; ma riuscì vana: siccome anche nel tempo di Clemente IX.
Bensì però nelle viscere di detto monte vi furono trovate stanze bellissime tutte incollate di stucco che rendevano maraviglia per la pulizia e sito: anzi è fama che vi siano degli spiriti, per quanto viene raccontato da uomini degni di fede: alli quali successe che essendo andati in conversazione con molti amici per fare ivi una merenda: e fingendo di scongiurare gli spiriti, viddero che la carrozza quale era senza cavalli, che erano alla pastura, era guidata verso fiume da mano invisibile, nel quale restò precipitata, ed a forza di bovi fu ritirata fuori.
Ciò accadde a Tabarrino macellaro a s. Eustachio, colli fratelli li quali stanno alli due Macelli, alli quali restò impresso nel volto il grande spavento che ebbero…

Beatrice Cenci. La ribellione di una ragazza della fine del Cinquecento.

Posted in Supplizi with tags , , , , , , , , , on maggio 13, 2009 by crimini roma

confortatore del secolo XIXAnno 1599. L’autopsia ordinata dal commissario di polizia del vicereame di Napoli Carlo Tirone dimostra che il barone romano Francesco Cenci é stato assassinato. La sua morte non era stata una disgrazia, non era accidentalmente precipitato dalle mura del suo castello abruzzese come si era in un primo momento creduto. Ricondotto a Roma, il caso giudiziario – grazie a serrate indagini e brutali torture – alla fine venne risolto. La diciottenne figlia del barone, Beatrice, con la complicità dei fratelli Giacomo e Bernardo e della matrigna Lucrezia, era la vera mandante dell’omicidio. Il padre era un violento, un mostro. La ragazza si ribellò. E la sua condanna a morte fu una delle più ingiuste della storia.

“Signor Fiscale, voglio dire la verità, non mi fate dar la corda. Il fatto della morte del signor Francesco Cenci passò in questa maniera. La signora Beatrice, figlia del Sig. Francesco Cenci, quale haveva gran voglia di far ammazzare suo padre, e diceva che in nessun modo voleva star più a quella vita così stretta, e per questo cominciò a trattare con Olimpio Calvetti che facesse ammazzare o ammazzasse suo padre…”

Così aveva inizio – il 3 febbraio dell’anno 1599 – la confessione di Marzio Catalano, uno dei due esecutori materiali dell’omicidio.

testimonianza di Sante Giovanni della Petrella
Sanctes quondam Ioannis de Petrella examinatus, die 16 januarii 1599, dixit:
“Mi sono trovato presente, quando il Sig. Carlo Tirone Auditore della Regia Ordinanza d’Abruzzo, dopo Natale prossimo passato, fece scavare la testa del Sig. Francesco Cenci dalla sepoltura della Chiesa della Petrella, chiamata santa Maria, dove era seppellita, et la fece riconoscere dal medico di Cicoli et dalli chirurgici uno d’Antrodogo et l’altro di Civita Ducale, li quali non so come si chiamino, che aveva doi ferite in testa, una nella tempia, che non mi ricordo se era la manca o la dritta, et l’altra dietro la testa, che era di taglio più di 4 deta larga, che li medici la riconobbero per taglio d’accetta, et ci era anchora una acciaccatura dalla banda di dietro della testa vicino a detto loco, che mostrava essere stato colpo di capo d’accetta. Et io mi trovai presente, et vidi ancora dette botte et ferite respective. Così giudicai ancor io, che fossero state ferite et botte d’accetta, come lo riconobbero li detti medici”

Confessione di Marzio Catalano
Summarium omnium confessionum Martii Catalani. Die 3 mensisi Februarii 1599, adductus ad locum torturae Martius predictus, dixit:
“… Et così ci disse la Signora Beatrice che ditto Sig. padre stava stordito di quell’oppio, che haveva preso, et giacea sopra il letto così stordito, et non s’era mai levato il giorno dopo che haveva magnato, et c’haveva bevuto detto opio (…) et così la matina a buon’ora venne ditto Olimpio a chiamarmi et io andai con lui et tutti e due s’avviassimo per far l’effetto d’ammazzare ditto Sig. Francesco; et io haveva uno stenderello da far lasagne et maccheroni, et esso Olimpio portava un martello da lombardo (…) andassimo alla volta di detta camera, ditto Olimpio innanzi et io appresso a lui, et la Sig. Beatrice appresso noi, la quale andò alla volta della finestra ad aprirla et vedessino a poterli dare delle botte, come fu fatto: perché subito entrati in camera, dove dormiva ditto Sig. Francesco (…) il ditto Olimpio se li mise sopra alla vita, et li dava martellate in testa con ditto martello (..) e seguitò a dare delle botte in testa, per la vita et in petto al ditto Sig. Francesco et io li detti 2 botte con lo stenderello negli stinchi, et così l’ammazzassino, che faceva molto sangue, cioé tanto sangue che era una rovina lì in letto, che sfondò li materazzi et la lana…”

“Dopo che ammazzassino ditto Sig. Francesco, li fu messo al suo corpo addosso de vestiti che mettessimo Olimpio et io (…) et questo lo facessimo per dar colore che fosse cascato, per essere andato a prendere il fresco in quel mignano, et cascato perché si fosse sfondato il piancato di sotto…”

Testimone a difesa Calidonia Lorenzini, domestica alla Petrella.
29. Agosto, in Corte Savella.
“Una sera, dopo che fu tornato il signor Francesco, che fu innanzi Natale, la signora Lucrezia venne dove eravamo noi serve, cioé io e Girolama, e ci disse che era corrucciata con il signor Francesco (…) e mentre detta Lucrezia stava lì con noi, intesi una voce che mi parve quella di Beatrice, la quale disse “Non voglio essere bruciata”, e altro non intesi. La mattina seguente, io domandai alla Signora Beatrice che cosa aveva quando disse quelle parole “Non voglio essere bruciata”; lei rispose che non era niente, e poi mi disse che suo padre si era coricato nel letto suo, e lei diceva che non voleva che ci dormisse e non mi disse altro…”

Arringa difensiva dell’Avvocato Prospero Farinacci
“Benché Beatrice Cenci abbia empiamente promosso la morte del suo padre Francesco, tuttavia é vero (come é creduto verissimo) che lo stesso Francesco, col tenere entro stanze oscure e chiuse a maniera di carcere la detta Beatrice, l’ha maltrattata e ha osato di violarne la pudicizia (…) Né il Fisco opponga che se Beatrice fu tentata dal padre allo stupro, doveva non uccidere, ma accusarlo come pare insinuato dalle leggi romane. Non solo erale infatti tolta dal padre la libertà e potere di accusarlo, mentre che la teneva chiusa nelle sue stanze e sotto chiave; ma spesse volte la stessa Beatrice mandò a Roma gli avvisi a’ suoi parenti, e lettere nelle quali in genere si lagnava dei mali maltrattamenti del padre e chiedeva loro soccorso…”

Sentenza di condanna del processo
“Vogliamo, pronunziamo, sentenziamo, decretiamo e dichiariamo Giacomo, Bernardo e Beatrice de’ Cenci e Lucrezia Petronia (…) colpevoli di aver fatto uccidere e trucidare nel proprio letto il fu Francesco Cenci, loro miserrimo padre ed effettivamente infelicissimo marito…”

Beatrice Cenci al prete confortatore il giorno prima dell’esecuzione
“… Mentre in fra l’altre cose ripetea con quella sua vociaccia che saremmo rimasti lassù a suo piacimento, il ditto signor Francesco mostrava un ghigno da metter gran rabbia in petto, sicché io venni a rodermi in me medesima, e a disperare cotanto che il maledissi…
Aver volontà di togliersi dall’ingiustizia é delitto o justizia ?”

Resurrezione di un cadavere

Posted in Macabri rinvenimenti with tags , , , , on maggio 7, 2009 by crimini roma

La Compagnia della Morte aveva il pietoso compito di raccogliere i cadaveri dei poveri disgraziati – soprattutto nelle campagne – e tumularli. Ciò avveniva nelle ampie cripte sotterranee della sua chiesa, il severo edificio che si può tuttora visitare in Via Giulia.
Come annota il Valesio nel proprio diario, il 29 giugno del 1704 i “fratelloni” ebbero una sorpresa; spaventosa quanto miracolosa…

Essendo stato dato avviso alla Compagnia della Morte che fuori di porta S. Paolo vi era da tre giorni il cadavere d’un huomo di campagna, si portò quella ad esercitare il solito atto di pietà a prenderlo e tumularlo.
Postolo nella bara, nel riportarlo in città, perché pesava la bara, per prendere un poco di riposo si fermarono e, ciò facendo, videro che il cadavere all’improvviso alzò un braccio.
Del che si fuggirono li fratelli della Compagna per lo spavento.
Ma fattisi animo, ritornarono e videro che quel miserabile dava segni di vita. Onde affrontando il cammino, lo portarono nell’Ospizio dei PP. Benefratelli, dove aperta poi con i ferri la bocca, lo ristorarono con preziosi liquori, concorrendovi quantità di persone mosse dalla curiosità, per vederlo.

Il pozzo dei giustiziati

Posted in Supplizi with tags , , , , on maggio 6, 2009 by crimini roma


La protagonista è una piccola chiesa dedicata a San Nicola. Era anticamente detta “de furcis” e nel codice del Signorili “de frecca vero de lurca”, e si trovava vicino al Tevere presso la Via Giulia. Il Bruzio dice che in un orto attiguo vi si custodivano le forche e vi si confortavano i condannati a morte. Presso di essa esisteva un pozzo in cui venivano calati i corpi degli giustiziati. E che oggi – dimentato – è nascosto in uno dei quartieri più centrali e lussuosi della città. Notizie più precise si possono ricavare da un documento rinvenuto alla fin del secolo XIX da Mariano Armellini negli archivi della Santa Sede: la relazione di una Visita compiuta nell’anno 1566.

S. Nicola incoronato è dietro strada giulia. E’ una chiesuola simile piuttosto ad una cappella che a chiesa parrocchiale. Il cappellano dice che questa chiesa è juspatronato degli Incoronati quali sono padroni di tutto il vicinato. Dice che anticamente era una cappella dove sta l’altare, et all’incontro et appresso la porta della chiesa se faceva la justitia de condannati a morte colle forche sopra un pozzo, onde lì sotto vi è anco la preta che cuopre il pozzo dove si gettavano i corpi di giustitiati e perciò si chiamava s. Nicola degli Justitiati. Ma dopo che la compagnia di Fiorentini ebbe l’assunto de condannati e di seppellirli forse da 80 anni in qua, quei di casa Incoronati padroni di quel fondo misero quella chiesa come sta.
La chiesa è piccola e il detto cappellano dice che le feste quando dice messa le persone stanno fuora nella strada. Non ha pavimento buono, ne sepoltura perché trovai che allora vi havevano sepolto uno, e vi poneano i mattoni sopra. Dice che fa da 150 case di gente vilissima mieretrici, hosti, alloggiatori e persone dishoneste la maggior parte, poche case di nobili.
Questa chiesa è vicino a S. Giovanni in Ayno a Corte Savella et a S. Andrea Nazareno pure in Corte Savella.