La Corrida nel Colosseo

roma medievale
Un prezioso testimone della vita cittadina negli anni tra 1327 e 1340 fu Ludovico Monaldesco, un letterato umbro che morì – secondo alcune testimonianze a dir poco ottimistiche – alla più che venerabile età di 115 anni. Le sue preziose cronache, gli “Annali”, furono pubblicati dal Muratori. Tra i tanti aneddoti, in particolare uno lascia sconcertati. Rimesso in funzione per l’occasione, il Colosseo vide nell’anno 1322 una sanguinosa corrida. I “toreri” erano tutti giovani nobili molto coraggiosi, vestiti in modo suggestivo e accompagnati da motti poetici. Questa cronaca restituisce forse meglio di tante altre descrizioni il clima dell’epoca. Furono massacrati 11 tori, ma di toreri ne morirono addirittura 18. Per concludere, sugli spalti scoppiò anche una rissa e un giovane fu ucciso con un colpo di spada in testa. E questi erano i nobili…

Nel detto anno si fece il gioco del Toro al Coliseo, che avevano raccomandato tutto con ordine di tavolini, e fu gettato il bando per tutto il contorno, acciò ogni Barone ci venisse; e io raccontarò, quali gioveni giocorno, e quali morirono. Questa festa primieramente fu fatta alli tre di Settembre del detto Anno, e tutte le matrone di Roma stavano sopra li balconi foderati di roscio; e ci era la bella Savella Orsina con altre due sue parente; e ci erano le donne Colonnesi, ma la giovane non ci pote venire, perché si era rotto un piede al giardino della Torre di Nerone; e ci era la bella Jacova de Vico, aliàs Rovere; e tutte si menarono le belle donne di Roma, perché a quella Rovere toccavano le donne di Trestevere; all’Orsina tutte quelle di piazza Navona, e di S. Pietro; alla Colonnese tutte le altre, che restavano, e che arrivavano fino alli Monti, e alla piazza Montanara, e a S. Girolamo vicino al palazzo Savello; finalmente tutte le femine nobili da una banda, e l’altre di minor sfera dall’altra; e li combattenti dall’altra.
E furono caccia a forte dal Vecchio Pietro Jacovo Rossi da S. Angiolo alla Pescaria; e il primo cacciato fu un forastiero da Rimini chiamato Galeotto Malatesta e comparve vestito di verde con lo spido in mano, e portava alla capellata di ferro scritto: solo io come Orazio, e andò ad incontrare il Toro, e lo ferì all’occhio manco, ma il Toro diede a fuggire. All’hora lui ci diede una botta alla natica, e il Toro un calcio allo ginocchio, e cascò, e il Toro andava correndo, ma non lo trovò. Uscì allora tutto infierito Cicco della Valle, ch’era vestito mezzo bianco e mezzo nero, e il motto che portava al cimiero era: Io sono Enea per Lavinia; e questo fece, perché Lavinia si chiamava la figlia di Misser Jovenale, e lui n’era fieramente innamorato. E combatteva valorosamente con il Toro, quando uscì l’altro Toro; e uscì Mezzo Stallo forzuto giovane vestito di negro, che li era morta la moglie, e diceva il motto: così sconsolato vivo, e si portò bene con il toro. Uscì Cafarello giovane sbarbato, che portava il colore del pelo del Leone e diceva il motto: chi più forte di me ? Uscì un forastiero di Ravenna figlio di Misser Ludovico de la Polenta vestito di rosso e negro, e il motto dicea: se moro annegato nel sangue, o dolce morte. Uscì Savello di Anagni vestito di giallo e diceva il motto: ognuno si guardi dalla pazzia d’amore. Uscì vestito di cenere Giovan Giacomo Capoccio figlio di Giovanni di Marsi, e il motto diceva: sotto la cenere ardo. E poi uscì Cecco Conti con un vestito di color d’argento, e il motto dicea: così bianca è la fede. Uscì Pietro Capoccio vestito d’incarnato, e il motto dicea: Io di lucretia Romana sono lo schiavo; e voleva denotare, ch’era schiavo della pudicitia della Lucretia Romana. Uscì Misser Agabito della Colonna con un vestito di color di ferro con certe fiamme di fuoco, e portava al capelletto una collana de ciera scritto intorno: se io casco, cascate voi, che vedete; voleva dire, che la casa Colonna era il sostegno del Campidoglio, e che li altri erano solo il sostegno del Papa. Uscì poi Aldobrandino della Colonna vestito di bianco e verde, e portava una collana al capo, che dicea: tanto più grande, tanto più forte. Uscì un altro sbarbatello figlio di Stefano Senatore, e si chiamava Cola della Colonna vestito di color Pardiglio, e con un motto: Malinconico, ma forte. Uscì un Paparese con il motto: per una donna matto, vestito a scacchi bianco e negri. Uscì Anibale degli Anibali giovenotto di prima barba con un vestito di color marino e giallo, e il motto era: chi naviga per amore, s’ammattisce. Quel giovenotto di Stalla annava vestito di bianco, ma tra legami rossi era il cimiero, e il pennacchio con il motto: so’ mezzo placato. Et il vicino suo, cioè Giacomo Altieri, era vestito di giallo con le stelle celesti; il motto diceva: tanto alto, quanto si puole; il motto lo fece uno Zio suo litterato, dove cominciò le grandezze di questa casata, che aspirava alle stelle, e comprò la casa a San Marcello de’ Stalli, e si chiamava piazza di Altieri. Uscì Evangelista de Evangelisti de’ Corsi vestito di color celeste, e portava al cimiero un cane legato, e il motto dicea: la fede mi tiene, e mantiene. Uscì Giacomo Cencio con un vestito bianco e lionato, e il motto dicea: bono con li boni, cattivo con li cattivi. Uscì il figlio di Fosco con un vestito verde, e li calzoni a brache bianche; al cimiero vi era una colomba con le frondi di oliva, e il motto era: sempre porto vittoria. Uscì Franciotto di Manieri vestito di verde come una Donna smorta, e il motto era: hebbi speranza viva, ma già mi si muore. E molti altri, che io mi stracco di raccontarli; tutti assaltarono il suo toro, e ne rimasero morti dicidotto, e nove feriti, e li tori ne rimasero morti undici.
Alli morti si fece grand’honore, e si portarono a sepellire a S. Maria Maggiore, e a San Giovanni Laterano. Camillo Cencio, perché il nipote era un piccolino nella folla era cascato, e fattole cadere il figlio della Savella del Conte dell’Anguillara, il Cencio ci diede in capo una stortata che il povero giovane morse subito: ne fecero gran fracasso. La folla fu a San Giovanni, per vedere sepelire i morti al gioco.

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