La Caffarella. Una storia lunga e difficile

Un terribile avvenimento avvenuto di recente, la violenza sessuale su una ragazza di 14 anni, ha riportato alla ribalta un parco romano, la Caffarella. L’area fu aperta al pubblico dopo una dura battaglia di cui fu protagonista il comitato di quartiere tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80. Fino a quell’epoca, questa grande area verde era rimasta divisa in appezzamenti appartenenti a privati che in parte la usavano per colture e in parte l’avevano lasciata in uno stato di totale abbandono. Il nome della vallata deriva dai suoi ultimi grandi proprietari, i principi Caffarelli, che la usavano come fondo agricolo incentrato sin dal Cinquecento su due casali, il più grande dei quali è noto come la Vaccareccia. L’apertura del parco pubblico ha senz’altro salvato l’area verde, ricca di animali selvatici come falchi, ricci e volpi, e permesso la tutela di una vallata bella e caratteristica dal punto di vista paesaggistico, posta tra Appia Antica, Acqua Santa, Via Latina e le Mura aureliane. Una splendida area verde rimasta miracolosamente intatta nel mezzo della città, scampata a speculazioni edilizie, tentativi di apertura di nuove strade, risparmiata anche dopo la distruzione della baraccopoli che era stata tirata su negli anni ’60 e ‘70 (il “borghetto latino”). C’è un problema però. La Valle della Caffarella è uno dei posti più pericolosi che esista in città. E non da oggi. E non solo perché ci sono i violentatori. E’ un luogo dove nessuno, specialmente dopo il tramonto, dovrebbe addentrarsi. E’ pieno di grotte, di cave di pozzolana, nei decenni passati si persero e vi morirono alcuni bambini. Anche il fiume che la attraversa, una marrana – come si chiamano a Roma – è notoriamente pericoloso. Ci affogò un adolescente negli anni ’80. E’ fondo e limaccioso. Sempre negli anni ’80, con base alla Vaccareccia, c’era un gruppi di banditi, italianissimi, specializzati nelle rapine alle coppiette. Gli abitanti del quartiere sanno bene che si tratta di un posto pericoloso. Si pensava fosse così perché mancava la sistemazione a parco. Ma purtroppo non è così. E’ un posto che è duemila anni che è pericoloso.
La Valle della Caffarella è il “Pago Triopio”. Questo è il nome con cui era conosciuta l’enorme villa di una dei più importanti intellettuali del II secolo dopo Cristo, Erode Attico. Era – come tutte le ville all’epoca – di otium ac negotium, cioè produttiva ma anche, per lunghe parti dell’anno, residenziale. Erode era un uomo ricco e raffinato, amico di imperatori, aveva viaggiato per tutto il mediterraneo. La sua villa era splendida. Talmente ricca di marmi pregiati che nel medioevo la Caffarella era chiamata “Vallis Marmorea”. Erode aveva una moglie che amava moltissimo, Annia Regilla, di cui però era follemente geloso. In un raptus di pazzia, un giorno la colpì con violenza e la sventurata cadde e morì. Erode Attico, per il dolore, perse la ragione. Si chiuse nel Pago Triopio e costruì per la moglie un sontuoso mausoleo, in modo da poterla piangere senza requie. Ma non gli bastò. Decise di consacrare, con apposite cerimonie, l’intera vallata agli dei dell’oltretomba, gli Dei Mani, e ritirarvisi come in un sepolcro. La villa divenne un enorme mausoleo consacrato agli Inferi, e sulla vallata scese per sempre una cupa ombra funerea. Da allora rimase disabitata. Il sepolcro di Annia Regilla è ancora oggi visibile, è la chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella. Ma non basta. Due parole merita anche la marrana che attraversa la valle. Non è un fosso qualsiasi, ma il terzo fiume della città, dopo Tevere e Aniene. E’ l’Almone, fiume antichissimo usato per i cerimoniali dai sacerdoti della dea Cibele, che vi facevano annualmente i lavacri sacri dell’immagine della dea, la Magna Mater. Per la cupezza e la violenza dei suoi riti – i suoi sacerdoti si castravano nel corso di una orgia – questo culto misterico fu una delle pochissime religioni, prima di quella cristiana, perseguitata e vietata da Roma, notoriamente lassista. Solo in un secondo tempo venne accettata. Nel medioevo non furono pochi gli episodi che videro protagonista questo fiume: tra questo uno avvenne nel XVI secolo. Una bufala impazzita che aveva provocato morti e feriti in città fu inseguita fino al fiume dove si gettò per poi riemergerne parlante. Infine, non si può dimenticare che i terreni della Caffarella più spostati verso la Via Latina erano chiamati nel XVI secolo “delli Spiriti” – per i brutti incontri che vi si facevano di notte – e che solo dopo processioni e liturgie furono ribattezzati (come la toponomastica moderna ricorda) “dei cessati spiriti”. Insomma la Caffarella è bella e va tutelata, e si può decidere se credere o no a queste favole. Però bisognerebbe scongiurare tutti di non addentrarvisi dopo il tramonto. Sul serio.

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Una Risposta to “La Caffarella. Una storia lunga e difficile”

  1. Gianluca Says:

    Beh, forse avete ragione. Io una notte con due amici ci andai e c’era in effetti un’atmosfera spettrale. Rimanemmo comunque parecchio inquietati! Ma non ho mai capito se nel parco abitino delle persone…

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