Archivio per marzo, 2009

Attentati anti cattolici nella Roma del Cinquecento

Posted in Supplizi with tags , , , , on marzo 31, 2009 by crimini roma

trasporto2
Nei sanguinosi anni che scaturirono dalla riforma protestante e dalla successiva reazione cattolica accadde anche che alcuni attivisti protestanti giungessero in città con il proposito di compiere azioni eclatanti contro l’odiata religione del Papa. L’occasione più vantaggiosa fu senz’altro il Giubileo dell’anno 1600. Poteva esser molto facile infiltrarsi tra le migliaia di pellegrini e portare offese e azioni sacrileghe nelle chiese romane. La Polizia pontificia si aspettava tal genere di attentati e si preparò ad accogliere questi provocatori con la consueta durezza. Come riportano gli “Avvisi” di quell’anno: “in Roma si dice per il volgo che il papa ha avuto avviso che sieno partiti molti heretici da li diversi luoghi per esser in Roma all’Anno Santo a far di burle simili, et farsi ammazzare, ma se sarà vero, quà gliene caveranno la voglia”.
Non si trattava di fantasie, visto che qualche anno prima, un inglese, che le cronache segnalano con il nome di Riccardo Arctinson, si rese protagonista di un episodio simile, riportato dal “Dispaccio di Leonardo Donà”, ripreso a sua volta dall’Ademollo.

29 luglio 1581.
“Non voglio restar di dar notizia alla Serenità Nostra che Dominica in San Pietro uno Inglese eretico, mentre che un sacerdote, havendo consacrata la Santissima Ostia stava per elevarla, lo assalì per strappargliela dalle mani; et non havendolo potuto fare prese il calice, che anchora non era consecrato et lo sperse con vilipendio per terra. Costui fu subito con pugni et calci dal populo assistente ben battuto et finalmente condotto anchora alla carcere dell’Inquisitione, ove ha confessato d’esser venuto con una compagnia di alcuni altri in Italia per far alcun atto simile, desideroso per la sua pessima setta di morire. Questa setta pare che sia di persone che non tengono nessuna religione, et che riprendono tutti con grande bestialità; è stato condannato alla morte, che se li darà uno di questi giorni”
5 agosto 1581.
“Quell’eretico inglese, che fece quella scelerità che scrissi, nella Chiesa di san Pietro, è stato abbrugiato vivo con haverseli dati molti colpi di loco nel corpo con torce accese, mentre che lo conducevano al patibulo, nel quale è stato con tanta fermezza che ha dato da ragionare assai”
Dal libro delle giustizie della Venerabile Arciconfraternita di San Giovanni decollato detta della Misericordia della nazione fiorentina in Roma “Riccardo Arctinson, Piazza di San Pietro 2 agosto 1581. Stimulato con torce accese, gli fu mozza la mano destra e poi abruciato vivo, et la cennere fu lasciata al vento”

La Caffarella. Una storia lunga e difficile

Posted in Roma Contemporanea with tags , , , , on marzo 31, 2009 by crimini roma

Un terribile avvenimento avvenuto di recente, la violenza sessuale su una ragazza di 14 anni, ha riportato alla ribalta un parco romano, la Caffarella. L’area fu aperta al pubblico dopo una dura battaglia di cui fu protagonista il comitato di quartiere tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80. Fino a quell’epoca, questa grande area verde era rimasta divisa in appezzamenti appartenenti a privati che in parte la usavano per colture e in parte l’avevano lasciata in uno stato di totale abbandono. Il nome della vallata deriva dai suoi ultimi grandi proprietari, i principi Caffarelli, che la usavano come fondo agricolo incentrato sin dal Cinquecento su due casali, il più grande dei quali è noto come la Vaccareccia. L’apertura del parco pubblico ha senz’altro salvato l’area verde, ricca di animali selvatici come falchi, ricci e volpi, e permesso la tutela di una vallata bella e caratteristica dal punto di vista paesaggistico, posta tra Appia Antica, Acqua Santa, Via Latina e le Mura aureliane. Una splendida area verde rimasta miracolosamente intatta nel mezzo della città, scampata a speculazioni edilizie, tentativi di apertura di nuove strade, risparmiata anche dopo la distruzione della baraccopoli che era stata tirata su negli anni ’60 e ‘70 (il “borghetto latino”). C’è un problema però. La Valle della Caffarella è uno dei posti più pericolosi che esista in città. E non da oggi. E non solo perché ci sono i violentatori. E’ un luogo dove nessuno, specialmente dopo il tramonto, dovrebbe addentrarsi. E’ pieno di grotte, di cave di pozzolana, nei decenni passati si persero e vi morirono alcuni bambini. Anche il fiume che la attraversa, una marrana – come si chiamano a Roma – è notoriamente pericoloso. Ci affogò un adolescente negli anni ’80. E’ fondo e limaccioso. Sempre negli anni ’80, con base alla Vaccareccia, c’era un gruppi di banditi, italianissimi, specializzati nelle rapine alle coppiette. Gli abitanti del quartiere sanno bene che si tratta di un posto pericoloso. Si pensava fosse così perché mancava la sistemazione a parco. Ma purtroppo non è così. E’ un posto che è duemila anni che è pericoloso.
La Valle della Caffarella è il “Pago Triopio”. Questo è il nome con cui era conosciuta l’enorme villa di una dei più importanti intellettuali del II secolo dopo Cristo, Erode Attico. Era – come tutte le ville all’epoca – di otium ac negotium, cioè produttiva ma anche, per lunghe parti dell’anno, residenziale. Erode era un uomo ricco e raffinato, amico di imperatori, aveva viaggiato per tutto il mediterraneo. La sua villa era splendida. Talmente ricca di marmi pregiati che nel medioevo la Caffarella era chiamata “Vallis Marmorea”. Erode aveva una moglie che amava moltissimo, Annia Regilla, di cui però era follemente geloso. In un raptus di pazzia, un giorno la colpì con violenza e la sventurata cadde e morì. Erode Attico, per il dolore, perse la ragione. Si chiuse nel Pago Triopio e costruì per la moglie un sontuoso mausoleo, in modo da poterla piangere senza requie. Ma non gli bastò. Decise di consacrare, con apposite cerimonie, l’intera vallata agli dei dell’oltretomba, gli Dei Mani, e ritirarvisi come in un sepolcro. La villa divenne un enorme mausoleo consacrato agli Inferi, e sulla vallata scese per sempre una cupa ombra funerea. Da allora rimase disabitata. Il sepolcro di Annia Regilla è ancora oggi visibile, è la chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella. Ma non basta. Due parole merita anche la marrana che attraversa la valle. Non è un fosso qualsiasi, ma il terzo fiume della città, dopo Tevere e Aniene. E’ l’Almone, fiume antichissimo usato per i cerimoniali dai sacerdoti della dea Cibele, che vi facevano annualmente i lavacri sacri dell’immagine della dea, la Magna Mater. Per la cupezza e la violenza dei suoi riti – i suoi sacerdoti si castravano nel corso di una orgia – questo culto misterico fu una delle pochissime religioni, prima di quella cristiana, perseguitata e vietata da Roma, notoriamente lassista. Solo in un secondo tempo venne accettata. Nel medioevo non furono pochi gli episodi che videro protagonista questo fiume: tra questo uno avvenne nel XVI secolo. Una bufala impazzita che aveva provocato morti e feriti in città fu inseguita fino al fiume dove si gettò per poi riemergerne parlante. Infine, non si può dimenticare che i terreni della Caffarella più spostati verso la Via Latina erano chiamati nel XVI secolo “delli Spiriti” – per i brutti incontri che vi si facevano di notte – e che solo dopo processioni e liturgie furono ribattezzati (come la toponomastica moderna ricorda) “dei cessati spiriti”. Insomma la Caffarella è bella e va tutelata, e si può decidere se credere o no a queste favole. Però bisognerebbe scongiurare tutti di non addentrarvisi dopo il tramonto. Sul serio.

Fosse Ardeatine.

Posted in Roma Contemporanea with tags , , , , on marzo 29, 2009 by crimini roma

Fosse Ardeatine, pochi giorni fa se ne è celebrato l’anniversario. Fa una certa impressione vedere gli esponenti della destra italiana partecipare alla cerimonia. Speriamo bene. Fini e Alemanno hanno fatto dichiarazioni rassicuranti. Chi fa ancora paura è La Russa, Ministro della Difesa. E’ probabilmente il ministro più antipartigiano che abbiamo avuto. L’acme lo ha toccato alla Piramide, alla celebrazione per la resistenza dell’8-9 settembre del 1943 ai tedeschi. Uno dei primi episodi di lotta armata contro gli occupanti da parte di civili e militari italiani. Una pagina eroica che in città ha lasciato tante tracce. Se per esempio si va in visita all’altare della patria a Piazza Venezia si possono ancora leggere delle piccole targhe, una per ogni proiettile tedesco che ha scalfito quel marmo. E in ogni targa c’è scritto: colpita dai nemici della patria l’otto settembre del 1943.
Particolarmente impressionante che in quell’occasione il Ministro abbia citato i paracadutisti repubblichini della Nembo definendoli eroi. A questo proposito, tornando alla tragedia delle Fosse Ardeatine, rappresaglia – come si sa – dell’attentato gappista di Via Rasella, è forse il caso di ricordare che cosa accadde nei minuti immediatamente successivi all’esplosione che uccise i 33 soldati sudtirolesi. I primi a giungere in zona furono proprio alcuni uomini della Nembo, all’epoca impegnata contro gli angloamericani nella zona di Anzio. Rastrellarono gli abitanti della strada e chiunque si trovasse nelle vicinanze e misero tutti al muro, per fucilarli. Solo l’intervento della Polizia salvò gli sventurati. Ci sarebbero stati altri martiri, oltre a quelli delle Fosse Ardeatine. Questa era la Nembo. Anzi, a proposito di eroi, una parola sui poliziotti che coraggiosamente strapparono dalle mani dei nazifascisti quei rastrellati. Non erano poliziotti della questura, fattiva collaboratrice dei tedeschi, ma uomini della PAI, la Polizia dell’Africa Italiana. Dopo la ritirata dalle colonie era stata riorganizzata sul territorio italiano con compiti di polizia. LA PAI rimase attiva anche sotto l’occupazione nazista, al contrario dei carabinieri, che furono perseguitati. Ma non si trattava di collaborazionisti, anzi. Erano odiati dai fascisti. In particolare a Roma, in diverse occasioni, ebbero scontri con i repubblichini, in particolare proprio con uomini della Nembo, che erano tra i più esaltati. Nella Pai furono in molti a collaborare con la Resistenza, anche perché gran parte di loro era di osservanza monarchica. Va ricordato almeno un episodio, una pagina meravigliosa. Durante l’occupazione nazista la Pai aveva in carico la sorveglianza di Forte Boccea, il luogo dove erano rinchiusi – per essere fucilati – i condannati a morte, tra cui ovviamente moltissimi partigiani. Un’alba del 1944, al picchetto armato di guardia al Forte si presentò per il cambio un gruppo di uomini raffazzonato che indossava divise della stessa Pai. In realtà si trattava di un reparto di partigiani con cui gli ufficiali della Polizia de”Africa Italiana erano d’accordo. Gli cedettero le consegne come niente fosse e quelli, grazie a questo stratagemma, poterono miracolosamente liberare la decina di resistenti che di lì a poche ore sarebbero stati fucilati. Si, ce ne furono di eroi.

Il fantasma del Campidoglio

Posted in Fantasmi with tags , , , , on marzo 27, 2009 by crimini roma

Siamo nell’anno del Signore 1731. Roma, bellissima ma ormai in drammatica decadenza, vive la sua ultima grande fioritura artistica. Fontana di Trevi, le facciate di San Giovanni in Laterano e di Santa Croce in Gerusalemme. Sono gli ultimi capolavori. Nel luglio di quell’anno un garzone di barbiere viene arrestato per rissa. In una prigione nascosta nel ventre del Campidoglio, incontra nella cella un uomo anziano, ben vestito, con una grande barba bianca, che fa strani discorsi.
“Questo é il puro fatto” come lo racconta il diarista contemporaneo Francesco Valesio

il campidoglio

Giovedì 26. Festa di S. Anna, ed alle 12 cadde pioggia impetuosa. 
Era carcerato per ragione di rissa nella segreta del Campidoglio un giovane di barberio, il quale nel risvegliarsi vide nella segreta un uomo con barba longa di buon aspetto che lo interrogò per qual cagione fosse; quello credendolo un guardiano o altro, gli narrò il caso e la sua indigenza. Questo gli disse che era un senatore romano in tempo di Giulio (ed esso disse Giulio Cesare) e che lo volea aiutare e gli diede un giulio di Giulio II, siccome egli lo avea richiesto, ed indi gli replicò se volea altro e quello lo pregò di portar via gli piatti né quali avea pranzato, per non sentire sopra ciò il rimbrotto del carceriero, né osservo altro. Venuto all’ora consueta il carceriero e veduti gli piatti avanti la porta, dubitò non fosse fuggito il carcerato, ma, entrato dentro, ve lo ritrovò e udì il fatto che colui credea fosse stato uno mandato da esso e ne fece avvertito il senatore; il quale (siccome dalla sua bocca hollo udito) non ne fece caso alcuno credendola una favola. 
La stessa sera alle 23 hore mentre il carcerato cenava ecco aprirsi la porta e ritornare il fantasma e lo rimproverò di aver propalata la cosa e perciò essersi perduta la sua fortuna e che egli lo voleva arricchire e pose in terra tre scattole, che al carcerato parve fossero ripiene di monete, essendo la stanza alquanto oscura, ed essendosele riprese il fantasma, presegli il ferraiolo, la camiciola ed il giustacore e se le portò via. Essendo subita aperta e poi racchiusa la porta, quello volle corrergli dietro, ma cadde subito: alzò egli le grida, v’accorse il guardiano e udì il fatto e ne fu fatto consapevole il senatore, che a sorte discorrea col giudice, che immediatamente andò a prendere l’esame. Gli panni furono ritrovati fra la prima e la seconda porta della segreta, fra le quali si interpone un corridoro; non si ritrovava la camiciola, che fu ritrovata in un cantone ricoperta di polvere ed immondezza; nella segreta nel luogo ove esso avea vedute le scattole di moneta v’erano tre mattoni, che nella carcere non vi erano né erano stati ivi portati. 
Questo é il puro fatto. 

Bernardino da Siena. Il frate santo che bruciava streghe in Campidoglio

Posted in Supplizi with tags , , , , on marzo 27, 2009 by crimini roma

Frate Bernardino da Siena, un uomo santo. Instancabile predicatore, tentò con passione di mantenere la pace tra le litigiose famiglie nobili romane, cercando così di porre fine alle violenze che attanagliavano la città. Ma la sua attività principale fu sempre quella di predicatore, impegnato a salvaguardare i costumi cittadini e favorire le buone azioni, in particolare verso i più poveri. Ma la prima metà del secolo XV era una epoca difficile. E Bernardino inflessibile.

Il racconto di Stefano Infessura non è forse molto noto. Così come probabilmente questo episodio non è il più conosciuto nella vita di questo francescano, venerato come Santo della Chiesa. 

 

1424.

In quell’anno frate Bernardino  (di Siena, ch’era un buon frate) fece ardere tavolieri, canti, brevi, sorti, capelli che fucavano le donne, et fu fatto uno talamo di legname in Campituoglio, et tutte queste cose ce foro appiccate, et fu a 21 di iuglio.

Et dopo fu arsa Finicella strega, a di 8 del ditto mese di iuglio, perché essa diabolicamente occise de molte criature et affattucchiava di molte persone, et tutta Roma ce andò a vedere.
Et fece frate Bernardino in Roma de molte paci, et de molti abbracciamenti; et benchè ce fusse stato homicidio… et fece fare altre opere buone, sicchè da tutti era tenuto per sant’uomo. Hoggi è santo et si chiama san Bernardino da Siena, il suo corpo riposa in una città dell’Aquila in una arca d’argento…
eretico

La mummia dell’Appia Antica. Il rinvenimento del corpo intatto di una fanciulla vissuta nell’antica Roma

Posted in Macabri rinvenimenti with tags , , , , on marzo 26, 2009 by crimini roma

 

Un mattino di aprile dell’anno 1485, scavando lungo la Via Appia antica poco distante dal Sepolcro di Cecilia Metella, alcuni contadini fecero una scoperta sensazionale: in una antica tomba trovarono perfettamente conservato il corpo di una giovane fanciulla morta più di 15 secoli prima. La cassa con la giovane, che pareva solo addormentata, fu portata in Campidoglio dove richiamate dalla bellezza della fanciulla accorsero migliaia di persone. Dopo qualche giorno, Papa Innocenzo – scandalizzato nel vedere come una fanciulla pagana suscitasse tanto interesse e ammirazione – fece trafugare la salma e la fece seppellire nottetempo nei campi presso il Muro Torto, il cimitero dei condannati a morte, degli attori e delle prostitute, dove venivano sepolti coloro i quali avevano vissuto al di fuori dalla religione cristiana.

Su questa vicenda ambientata alla fine del secolo XV abbiamo la cronaca del diarista Gaspare Pontani, “homo religioso et erudito”, e del Notaro romano Stefano Infessura.

Gaspare Pontani
Aprile. 1485.
.Alli 18. fu trovato in un casale de Santa Maria nova, sopra Capo di Bove, un corpo intiero in un pilo di marmo.
.Alli 19, Martedì. fu portato lo detto corpo in casa delli conservatori, et andava tanta gente a vederlo che pareva ce fusse la perdonanza, et fu messo in una cassa de legname e stava scoperto; era corpo giovanile, mostrava da 15 anni, non li mancava membro alcuno, haveva li capelli negri come si fusse morto poco prima, haveva una mistura la quale si diceva l’haveva conservato con li denti bianchi, la lengua, le ciglia; non se sa certo se era maschio o femina, molti credono sia stato morto delli anni 1700. 

Stefano Infessura
18 aprile 1485.
“…capsam marmoream coopertam marmoreo lapide implubatam invenerunt; quam cum aperuissent, unum corpus cuiusdam mulieris integrum invenerunt involutum quadam odorifera mixtura, cum quadam cufia seu infula aurea in capite et cum capillis aureis circum circa frontem, et cum carne et rubore in maxillis, ac si etiam viveret. habebat oculos parum apertos et os similiter; et lingua capiebatur et extraebatur ex ore, et redibat incontinenti ad locum suum. dentes albi et firmi, ungulae manum et pedum firmissimae et albae; et brachia levabantur et redibant ad locum suum, ac si nunc mortua fuisset; stetitque per multos dies in palatio conservatorum, ubi propter aerem colorem tantum faciei mutavit factaque fuit nigra, nec propterea pinguedo vel caro destructa erat (…) cumque Conservatores in eodem pilo, loco iuxta cisternam in reclaustro eiusdem palatii posuissent, a dicto Innocentio iussi, in locum incognitum de nocte extra portam Pincianam in quodam vico vicino eius – in quadam fovea proiecta fuit – reportaverunt ibique eam sepeliverunt. (…) et aetas sua, ut videri poterat, XII vel XIII annorum, et erat adeo pulchra et formosa, ut vix scribi seu dici posset, et si diceretur aut scriberetur, a legentibus qui eam non viderunt, minime crederetur…”