Ricorda Cancellieri – ne il Mercato… – che negli Statuti bassomedievali di Roma era descritta, tra le varie pene cui erano condannati i colpevoli, quella di “stare a Cavalo di un Leone di marmo, con una Mitra di Carta, e con la Faccia unta di Miele, per tutto il tempo del Mercato”. Si tratta del Leone del Campidoglio, il Leone di giustizia.
La Mitra di Carta – un cappello che si metteva in testa ai condannati per scherno – era particolarmente usata nel medioevo ma non era del tutto caduta in disuso ai tempi del Cancellieri, cioè fino ai primi anni del XIX secolo. Però a quei tempi veniva comminata solo per un reato “particolare”: scrive Cancellieri che se ne conserva ancora l’uso nella Pratica Criminale delle Pene di Roma, ove ai cornuti volontarj e contenti, si dà la pena, ducatur Mitratus per Urbem
Supplizi singolari
Postati in Supplizi con i tag Campidoglio, cormuti volontari, mitra di carta su gennaio 27, 2012 da crimini romaL’effigie dei condannati sul Campidoglio
Postati in Supplizi con i tag attentato, Campidoglio, Condannati, Giuliano Cesarini, Governatore Magalotti su agosto 30, 2011 da crimini romaNel marzo del 1532 il Governatore Magalotti, in ottemperanza ad un decreto di papa Clemente VII che impediva di portare armi in città, ordinava di perquisire la casa del nobile romano Giuliano Cesarini, che aveva fatto mostra di disobbedire all’ordine. Per il barone, la perquisizione fu un’affronto da lavare con il sangue. Il 14 dello stesso mese, con una schiera di armati, tese un agguato al governatore sotto il Campidoglio e lo ferì gravemente. Inseguito dalla scorta di Magalotti, Cesarini trovò rifugio in un convento da cui poi riuscì a fuggire all’estero. I medici del papa salvarono il Governatore ma l’ira del pontefice si abbatté ugualmente sull’attentatore. All’epoca si usava – come segno di ignominia – dipingere il colpevole di un reato particolarmente efferato sulla torre più alta del Campidoglio, in modo che fosse visibile a tutti.
Così – racconta il Cancellieri – il Gonfaloniere Giuliano Cesarini, per aver ferito il Governatore, fu bandito con grossa taglia e dipinto ignominiosamente nella Facciata del Campidoglio sopra la Fenestra a Croce, che si vede, al Torrione dalla parte dell’Araceli con la Spada, e Cappa in testa, senza Cappello, e in Giubbone.
Vi stette sino alla morte di Clemente VII che poco prima di morire gli fece la grazia di rimetterlo e cassare la detta Pittura.
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Postati in libro sui tesori su giugno 17, 2011 da crimini romaUna nuova generosa recensione del mio libro sui tesori di monete nascosti a Roma nel corso della sua storia. Clicca qui
Il colpo di boccia che fece sanguinare la Madonna
Postati in persecuzioni con i tag Crescimbeni, ebrei, gioco bocce, persecuzioni antisemite, sant'Anastasia su giugno 7, 2011 da crimini romaCome è noto l’antisemitismo a Roma è stato un fenomeno molto più legato alla vita della città moderna che a quella medievale. Una serie non piccola di episodi – tutti ambientati tra tardo Cinquecento e fine Settecento – riguardano alcune madonnelle (le immagini sacre, in genere della Madonna, poste lungo le strade) che avrebbero pianto o emesso sangue per colpa di qualche “perfido giudio”.
Un racconto agghiacciante, riportato dal Crescimbeni nel 1715, descrive uno di questi episodi. La chiesa di cui si parla è santa Maria a Cerchi, vicina al Circo Massimo, abbandonata e demolita nel corso del secolo XIX. In questa chiesuola era venerata una immagine di Maria che si trovava precedentemente per strada.
Narrano che giucando alcuni Ebrei alle pallottole, o come qua dicono, bocce, per quella via, uno di essi scagliò la sua a questa Santa Immagine, dal volto della quale, ove colse il colpo, miracolosamente uscì sangue; e il malfattore, mentre fuggiva, fu preso a S. Nastasia ingoiato dalla terra.
Lo sfregio dell’Arco di Costantino
Postati in Stragi con i tag Arco Costantino, Francesco Cancellieri, Lorenzino de'Medici, sfregio statue su febbraio 20, 2011 da crimini romaUn morboso omicidio sconvolse la città di Firenze nel 1537. Il duca Alessandro de Medici fu ucciso a coltellate da un suo cugino, Lorenzino de’ Medici. Dopo l’omicidio, che in effetti liberò la città da un odioso tiranno, Lorenzino si atteggiò a novello Bruto. Secondo quel che scrive il grande Francesco Cancellieri nel 1802, alla decisione di uccidere il duca Alessandro Lorenzino sarebbe giunto anche nell’intenzione di riscattare il proprio nome. Perché pochi anni prima Lorenzo era stato accusato di aver sfregiato l’Arco di Costantino, una delle opere più belle e – fino ad allora – meglio conservate del mondo romano.
Le statue degli otto prigionieri di ottima maniera situate nella parte superiore dell’arco furono improvvisamente una mattina trovate senza Testa, verso il fine del pontificato di Clemente VII. Fu scoperto autore di questo attentato Lorenzino de’ Medici, avido smisuratamente di cose antiche. Il Papa ne provò sommo rammarico, e lo chiamava il vituperio, e l’infamia di casa Medici. Furono subito pubblicati due bandi uno di perpetuo esilio intimatogli da’ Caporioni, l’altro dal Senatore, che prometteva un premio a chi l’avesse ucciso. Onde fu costretto a fuggire per salvarsi. Inoltre il Molza recitò una fortissima Orazione contro di lui alla Accademia Romana avanti molti Cardinali, Prelati ed ogni ceto di persone. Lorenzino ne rimase talmente colpito che per cancellare quest’ignominia, prese la furiosa risoluzione di uccidere Alessandro Medici suo cugino, primo duca di Firenze, sperando con questa coraggiosa azione, con cui pretese di liberare la Patria dal nuovo giogo e di restituirle la sua primeria libertà, di riparare alla perduta riputazione. Queste statue son rimaste senza testa fino a Clemente XII che ve ne fece adattare delle altre ristorando tutto l’Arco.
Duelli a Campo Vaccino
Postati in Risse con i tag Campo Vaccino, Corsini, duelli, Piazza Navona su dicembre 13, 2010 da crimini romaL’arroganza e la violenza di una certa Roma contemporanea esisteva anche nei secoli passati, amplificata dalla differenza di classe. Nel 1703 il Marchese Nereo Corsini poteva permettersi di girare per la città sempre pronto a sfoderare la spada, riuscendo sempre, nonostante fosse qualche volta portato sotto processo, a farla franca.
Il Cancellieri riporta l’episodio, desunto da una cronaca dell’epoca.
Domenica due di settembre fu per l’ultima volta allagata Piazza Navona con gran concorso di Popolo, e di Carrozze, essendo ripiene le finestre delle Case, e de’ Palazzi, che circondano quella gran Piazza (…). Fece ridere gli Spettatori l’humore stravagante del Marchese Nereo Corsini la cui Carrozza urtata nelle Rote posteriori da un Carretto, imbrandì per due volte la Spada, quantunque il Carretto si fusse multe canne dilungato dalla sua Carrozza.
Due giorni dopo, Corsini si rese protagonista – come padrino – di un altro duello, stavolta finito male. Il 4 settembre, Angelo Gavotti fu ucciso in duello da Scipione Santa Croce, a Campo Vaccino, alla presenza del Marchese Bentivoglio e del Marchese Corsini.
In occasione della tumulazione fu composto
un madrigale: E’ morto il buon Gavotti / Come già Cristo in Croce / Da Scipion Santa Croce / In mezzo a due assassini / Bentivoglio e Corsini
Il figlio dei Quintili
Postati in Supplizi con i tag Appia antica, Commodo, Quintili, villa dei quintili su novembre 8, 2010 da crimini romaPercorrendo l’appia antica, oltrepassata da un pò la tomba di Cecilia Metella, sulla sinistra si possono vedere i maestosi resti di una delle più importanti residenze d’età imperiale, la Villa dei senatori Quintili. Teatro di un terribile eccidio, ad opera dell’imperatore Commodo. I due fratelli senatori furono sorpresi dai suoi sicari e, accusati di una congiura, immediatamente uccisi. Ma il figlio di uno di loro, Sesto, non si trovava a Roma in quei terribili giorni. Cassio Dione (LXXII, 5) così scrive:
Commodo uccise anche i due Quintilii, Condiano e Massimo, poiché gran fama avevano per il sapere e per l’arte militare, per la concordia e per le ricchezze, e dei beni che possedevano erano venuti in sospetto, e quantunque non pensassero a novità, si rattristavano per le cose contemporanee. E così questi, come sempre erano vissuti insieme, insieme morirono con un figlio. Dal momento che si volevano il massimo bene neppure nelle magistrature vollero essere disgiunti, e furono consoli e sedettero insieme.
E Sesto Condiano, figlio di Massimo, sorpassando per natura e per educazione i suoi eguali, allorquando intese la promulgazione del decreto fatale contro di lui, poiché si trovava nella Siria, bevve il sangue di una lepre e dopo ciò salì a cavallo, e si lasciò cadere in modo opportuno, vomitando sangue come se fosse stato il suo, e sollevato da terra, come prossimo a morire, fu portato in una stanza: quivi scomparve, ed in luogo suo fu posto nel feretro il corpo di un ariete, che fu poi arso. Da quel momento Sesto, cangiando sempre figura e vestiario, andò vagando qua e là. Sparsasi però la fama delle cosa, poiché non è possibile che lungamente tali fatti rimangono celati, si fecero ricerche di lui dappertutto, e molti furono messi a morte per sbaglio a causa della somiglianza; molti, come consapevoli, o perché lo avevano ricoverato, furono puniti, e più ancora, senz’averlo mai veduto, perdettero i beni. Egli poi, se veramente fosse ucciso, poiché più teste simili alla sua furono mandate in Roma, o se scampasse, niuno mai ha saputo. Certo è che un impostore ardì dopo la morte di Commodo di spacciarsi per Sesto, e levarsi affine di ricuperare le ricchezze e la dignità ; ed interrogato da molti molto si vantò, ma quando l’imperatore Pertinace in persona lo interrogò sopra cose greche, che a lui erano affatto sconosciute, si scoprì totalmente, non avendo potuto intendere ciò che gli fu domandato: quindi per forme e per modi a lui somigliava, ma non per la educazione
I quaccheri che volevano convertire il papa
Postati in Pazzia con i tag conversione papa, Inquisizione, protestanti, quaccheri su settembre 11, 2010 da crimini romaAnno 1658. Due quaccheri – chiamati anche tremolanti – si incaricano di una missione
da niente: andare a Roma a predicare al papa. A convertirlo, insomma. Alessandro VII accetta perfino di incontrarli. All’inizio sopporta in silenzio, ma ad un certo punto, all’ennesima eresia, li fa arrestare. Portati alle carceri del Sant’Uffizio (l’Inquisizione) sono interrogati, ma vengono trovati piuttosto pazzi che furbi. Invece che al rogo sono mandati in manicomio. Saranno rilasciati mesi dopo con la promessa di non tornare più e soprattutto di dissuadere i correligionari da fare nuovi simili tentativi.
testimonianza dell’ambasciatore di Torino a Roma:
Sono gionti in questa città tre Inglesi detti Tremanti, li quali (…) hanno procurati d’essere introdotti all’uddienza di Nostro Signore per convertirlo alla loro setta (…) Sono stati carcerati dal Signor Governatore e poi riconosciuto l’errore sono rimessi al S. Officio d’onde si crede, che siano per essere condotti sopra una catasta.
testimonianza del medico inglese Ellis Veryard (sempre da S. Villani, Missioni quacchere nell’Italia del Seicento)
Fecero così tanto uso del loro linguaggio ispirato, ed erano inoltre talmente molesti, che gli ufficiali prendendoli per pazzi e per pura carità li mandarono al Manicomio. Il guardiano, prendendo il loro zelo e gli strani sbalzi di spirito per sintomi di un cervello malato, li rinchiuse in una cella sotterranea e li trattò con il massimo rigore.

